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	<title>ServiziBibliograficiDigitali</title>
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	<description>Opinions &#38; emotions on digital information environments</description>
	<pubDate>Sat, 05 Jul 2008 14:44:16 +0000</pubDate>
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		<title>La fine dei modelli, secondo Anderson</title>
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		<pubDate>Sat, 05 Jul 2008 14:41:39 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Paolo Gardois</dc:creator>
		
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		<description><![CDATA[Il caporedattore di Wired, Chris Anderson (ricordate la coda lunga?), fa una puntata in campo epistemologico. Divertente, tutto sommato. Tesi:
fino a oggi &#8220;The scientific method is built around testable hypotheses. These models, for the most part, are systems visualized in the minds of scientists. The models are then tested, and experiments confirm or falsify theoretical [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<div class='snap_preview'><br /><p>Il caporedattore di <a href="http://www.wired.com/">Wired</a>, Chris Anderson (ricordate la <a href="http://www.wired.com/wired/archive/12.10/tail.html">coda lunga</a>?), fa una <a href="http://www.wired.com/science/discoveries/magazine/16-07/pb_theory">puntata in campo epistemologico</a>. Divertente, tutto sommato. Tesi:</p>
<blockquote><p>fino a oggi &#8220;The scientific method is built around testable hypotheses. These models, for the most part, are systems visualized in the minds of scientists. The models are then tested, and experiments confirm or falsify theoretical models of how the world works.&#8221;</p>
<p>Ma oggi, &#8220;There is (&#8230;) a better way. Petabytes allow us to say: &#8220;Correlation is enough.&#8221; We can stop looking for models. We can analyze the data without hypotheses about what it might show. We can throw the numbers into the biggest computing clusters the world has ever seen and let statistical algorithms find patterns where science cannot.&#8221;</p></blockquote>
<p>L&#8217;articolo è corredato da una serie di esempi, dall&#8217;analisi delle intenzioni di voto al monitoraggio delle notizie a Map Reduce di Google.</p>
<p>Si tratta di una versione aggiornata del solito determinismo tecnologico? Bisognerebbe prendere posizione? In fondo, Anderson sta dicendo che l&#8217;organizzazione dell&#8217;informazione, in sé, non conta. Conta solo la capacità di calcolo del cosiddetto cloud computing, che ha a disposizione petabytes di dati raccolti ovunque sui quali può provare tutte le correlazioni possibili.</p>
<p>E&#8217; facile rispondere che dopo averle trovate, occorre comunque assegnare loro un significato, interpretarle, e invariabilmente questo avviene esclusivamente grazie a dei modelli, dei contesti.</p>
<p>Qui però non voglio prendere posizione. Mi interessa di più capire come questa capacità di elaborazione e analisi di data sets enormi e costruiti al volo può cambiare la nostra capacità (o abitudine) a percepire il mondo.</p>
<p>Qual è il modello implicito del &#8220;grande&#8221; o dello &#8220;smisurato&#8221; (della bigness di Koolhas, per esempio) - cioè qual è il modello in grado di assegnare loro un significato - magari diverso da quello delle epoche precedenti?</p>
<p>Ad es., se un sistema come Europe Media Monitor permette di analizzare un grande numero di siti di news, questo serve soprattutto ad individuare situazioni incipienti di violenze, rivolte, o possibili carestie e catastrofi umanitarie. Qui, ad es., l&#8217;output è una visualizzazione. Quello che si potrebbe chiamare una mappa, un indice. Solo che, dato un certo data set, esiste un numero n di indici possibili - così come dato un documento singolo x (in sé un microcosmo) sono possibili n configurazioni come effetto di un&#8217;analisi semantica (ad es. l&#8217;uso di uno o più soggettari, o differenti modi d&#8217;uso di uno stesso soggettario o tesauro, ecc.). Quindi, dato un certo documento, avremo un&#8217;estrazione di &#8220;indici&#8221;, solo di diversa natura.</p>
<p>Il &#8220;grande&#8221;, però, causa facilmente illusioni ottiche come quelle descritte da Anderson (dài, con ironia, ne sono sicuro :-)) . Forse perché &#8220;grande&#8221; è un&#8217;approssimazione di &#8220;totale&#8221;, di &#8220;integrale&#8221;, di &#8220;tutto&#8221;.</p>
<p>In effetti, i modelli sono strumenti di semplificazione della realtà: servono a ridurre la complessità, il foucaultiano &#8220;brulichio degli esseri&#8221;, in modo da poter dominare una situazione, controllarla. Qui sta il punto, secondo me. Esiste una modalità di analisi volta al controllo immediato, al breve periodo, allo sfruttamento dello status quo (non assegno valenze morali a questi termini). A certe condizioni, possiamo accettare l&#8217;approssimazione di un &#8220;enorme&#8221; che sta per un tutto. E conseguentemente, l&#8217;approssimazione di un display (un grafico, un&#8217;estrazione di indici su base statistica, ecc.) che ci dice praticamente tutto quel che serve su quel tutto, e in pochi minuti.</p>
<p>Ma se vogliamo conoscere, e non solo &#8220;prendere una decisione&#8221; apparentemente fondata (in fondo &#8220;prendere un ansiolitico&#8221;), il discorso è diverso: tornano modellizzazioni, ipotesi, discussioni, ecc. (si veda ad es. il bel libro di Agamben sul metodo, <em>Signatura rerum</em> - qui una <a href="http://www.fabula.org/actualites/article24667.php">presentazione</a>).</p>
<p>Però:</p>
<p>1. Credo che l&#8217;analisi a forza bruta (cloud) di cui abbiamo parlato, in effetti cambi le coordinate del mondo così come ne facciamo esperienza tutti i giorni. Potenza di calcolo + matematica + decisionismo molecolare (a livello di singoli individui, e non solo di ceti politici o economici) riconfigurano il mondo tutti i giorni. E&#8217; più interessante capire come analizzare un mondo capace di &#8220;cloud analysis&#8221; (mi perdonino i meteorologi&#8230;) che non indagare i metodi tecnici di questa stessa cloud analysis e assumerli ideologicamente per schierarsi pro o contro. E quest&#8217;analisi dell&#8217;attitudine analitica &#8220;cloud&#8221; è difficile - occorre tracciarne presupposti, equilibri, poteri coinvolti, griglie interpretative (forse, quella che Foucault chiamava episteme). Ma se non lo facciamo ricadiamo indietro rispetto alla soglia di comprensibilità dei fenomeni, restiamo chiusi in una rigida torre a spolverare i nostri ninnoli.</p>
<p>2. Credo anche che questa &#8220;analisi dell&#8217;analisi&#8221; sia un esercizio (etico, di metodo, politico, &#8230;) che non possiamo condurre da soli. Il soggetto cartesiano non esiste più, e per quanto possa essere trendy continuare a celebrarne la scomparsa, dovremmo cercare una forma di intersoggettività diversa da quella dell&#8217;accumulo quantitativo di opinioni. Provo a spiegarmi: se il problema - politico - è quello di una potenza di calcolo più grande, l&#8217;ha davvero risolto già Google (et similia). Se il problema invece consiste nell&#8217;organizzare il mondo in modo plurale, nell&#8217;assegnare significati aperti alla discussione lungo direttrici multidimensionali, nello sfruttare non la potenza aggregata di calcolo di famiglie di processori simili ma i contributi unici che ogni singolo individuo (e la sua sensibilità, la sua storia, il suo carattere, in evoluzione) possono dare, allora la dimensione qualitativa dell&#8217;esperienza intersoggettiva torna in primo piano.</p>
<p>Bisogna trovare modi di connettere senza appiattire. In fondo, la riduzione di complessità della cloud analysis di cui sopra, significa anche appiattimento monodimensionale - ad una singola metodica analitica appunto, ad un singolo piano di comprensione di un fenomeno. E invece, come possiamo far convivere semantiche diverse, come possiamo creare percorsi analitici che mettano in questione l&#8217;esistente e insieme aumentino la gioia di creare, la libertà di un soggetto in una rete? E come possiamo fare tutto questo in un mondo in cui la complessità diventa sempre più un presupposto a livello di data set anziché un oggetto di analisi attenta? Come possiamo, insomma, costruire o de-costruire ad un livello superiore a quello degli schemi analitici semplificatori? E come mantenere costruzioni che si adattino dinamicamente a questo livello di visualizzazione (display) che per molti (per tutti) diventa una nuova realtà?</p>
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		<title>La forma delle reti</title>
		<link>http://unitosbd.wordpress.com/2008/03/11/la-forma-delle-reti/</link>
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		<pubDate>Tue, 11 Mar 2008 21:34:31 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Paolo Gardois</dc:creator>
		
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		<description><![CDATA[Penso ad una frase di Walter Scott: &#8220;Oh what a tangled web we weave / when first we practice to deceive&#8220;. Ricordo la sera in cui Eugenio Gatto l&#8217;ha citata, in una stagione indefinita, ma di mezzo - poteva essere autunno o primavera: si passeggiava per Vanchiglia e vedevamo lo scheletro del gasometro, poco lontano, [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<div class='snap_preview'><br /><p>Penso ad una frase di Walter Scott: &#8220;<a href="http://www.quotationspage.com/quote/27150.html">Oh what a tangled web we weave / when first we practice to deceive</a>&#8220;. Ricordo la sera in cui Eugenio Gatto l&#8217;ha citata, in una stagione indefinita, ma di mezzo - poteva essere autunno o primavera: si passeggiava per Vanchiglia e vedevamo lo scheletro del <a href="http://www.lalli.it/foto/mole-gasometro-monviso-web.jpg">gasometro</a>, poco lontano, nella foschia costante di Torino. La sua geometria modesta e cristallina, le simmetrie perfette e nitide del cilindro - niente di più lontano da quella ragnatela intricata, di quel verso. Ed anche Eugenio diceva questa frase e parlava del web: in effetti, quanto di più contorto e dinamico esista. Eppure l&#8217;associazione di questi tre pensieri - scott, internet, il gasometro - non riesco ad evitare di pensarla.</p>
<p>Viviamo immersi nelle reti. Ormai questa è una banalità. Ma che significa pensare l&#8217;immersione nelle reti, rispetto al trattare, gestire, mediare l&#8217;informazione? Torno da una giornata qualunque. Ho preso un autobus, ho incrociato migliaia di persone e miliardi di traiettorie. Ho parlato con decine di persone, altre non le ho incontrate, altre le ho cercate. Ho inter-agito con altre persone. Siamo stati per alcuni istanti compresenti nello stesso spazio. Ogni istante, appunto, ancora, è uno snapshot, un&#8217;istantanea della rete. Della sua forma, in un dato momento.</p>
<p>Quindi, una rete è per prima cosa una configurazione di punti e legami che li collegano. Ma le reti sono anche una compresenza dinamica di stati, anzi di azioni. Le configurazioni possibili sono infinite.</p>
<p>Il problema è come vediamo una rete. La teoria dei grafi ci dice qualcosa sulle reti. Però il problema è come dobbiamo/possiamo guardarle. O come vedere il mondo in quanto rete. L&#8217;informazione non ha significato, è piuttosto un generarsi dinamico di significati, un caleidoscopio in cui le unità base dell&#8217;informazione (le parole?) si concatenano in configurazioni variabili. Sicuramente, per analogia, la teoria dell&#8217;informazione è spiegata meglio dalle dinamiche cellulari in biologia, o dalla teoria delle catastrofi, per esempio, che non dalla teoria dei grafi. E quindi dalla ragnatela piuttosto che dal gasometro.</p>
<p>Però.</p>
<p>Ci sono due modi di vedere una rete: guardare un paesaggio petrarchesco da una montagna, oppure aggirarsi in un formicaio.  Potremmo chiamarla pre- e post-coordinazione, non cambierebbe molto (come abbiamo <a href="http://unitosbd.wordpress.com/2007/11/21/dai-soggetti-al-tagging-un-problema-di-quantita/">già</a> detto). Non è questione di ciò che preferiamo. Lo spazio topologico: uno spazio che si definisce per le sue possibilità di mostrare connessioni. Questo spazio ingloba il gasometro nel formicaio, o viceversa. E&#8217; lo spazio di oggi: gli snapshot gelidi e la corsa del topo, al limite. Non è l&#8217;assenza di regole, ma l&#8217;idea di domini, in cui le regole valgono all&#8217;interno di insiemi di definizioni, che peraltro possono cambiare, ridefinendo a cascata i contenuti, e le distanze. Ovvio, in questo mondo <a href="http://theshiftedlibrarian.com/archives/2008/02/27/mutating-libraries.html">le biblioteche si estinguono</a> :-). Non lo sguardo, però. Quale? Proviamo a leggere questo - lo scontato Tao Te Ching nel suo celebre passo che descrive la stupidità del saggio di fronte al brillante insight dell&#8217;uomo comune:</p>
<blockquote><p>
Siano pure illuminate le persone comuni, solo io sono nell&#8217;oscurità! Siano pure chiaroveggenti le persone comuni, solo io sono miope! Dò fioco chiarore come la luna nell&#8217;ultima fase! Mi aggiro come se non avessi dove stare!
</p></blockquote>
<p>Proviamo a pensare a questa descrizione come ad una camminata nel mondo dell&#8217;informazione, o dello spazio topologico. L&#8217;assenza di luogo dove stare, la deformabilità infinita dello spazio, o anche del significato. E poi la luce, di luna da ultimo quarto. Tutt&#8217;altro da quella abbagliante dell&#8217;intuizione, della scoperta improvvisa. Piuttosto una luce che fa intuire i lineamenti degli oggetti, come quando si ascolta una canzone conosciuta a volume bassissimo, e la struttura e la melodia sembrano rivelare connessioni e strutture nuove. La luce di una sera in cui vediamo il telaio di un gasometro, in lontananza nella foschia, come una ragnatela?</p>
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		<title>Guarda a lungo, e con fatica. Poi scatta</title>
		<link>http://unitosbd.wordpress.com/2008/03/06/guarda-a-lungo-e-con-fatica-poi-scatta/</link>
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		<pubDate>Wed, 05 Mar 2008 22:24:21 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Paolo Gardois</dc:creator>
		
		<category><![CDATA[Linguaggio]]></category>

		<category><![CDATA[fotografia]]></category>

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		<description><![CDATA[ The fotographer carefully selects from reality and attempts to create elements which are universal. It is a part of the technique of photography that the photographer has to look at chosen subject matter long and hard to see what else chosen subjects may be and what else they may become as a photograph.
Colin Dixon
Si [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<div class='snap_preview'><br /><blockquote> The fotographer carefully selects from reality and attempts to create elements which are universal. It is a part of the technique of photography that the photographer has to look at chosen subject matter long and hard to see what else chosen subjects may be and what else they may become as a photograph.</p></blockquote>
<p><i>Colin Dixon</i></p>
<p>Si scrive quando si ha voglia, in effetti: excusatio non petita, d&#8217;accordo. Ma c&#8217;è una regola non scritta - appunto: non scrivere quando non si sente la voglia di dire qualcosa. Stasera ho ripreso in mano un libro di fotografie di Colin Dixon (vedete <a href="http://www.colindixonphotography.com/Fine%20Art_Landscape.html">queste</a>, oppure ad es. il catalogo della mostra &#8220;Light and time&#8221;, dove c&#8217;è una curiosa ed emozionante &#8220;The apple store&#8221;).</p>
<p>A volte capisci delle cose leggendo parole a caso. Rivedendo i paesaggi biancoenero inglesi, e insieme ascoltando Nick Drake. L&#8217;ultima volta avevo raccontato dei farmaci per la mente. Pensavo alla lentezza, alla performance della lentezza. Dell&#8217;ironia. E ho letto queste parole, ora, sul guardare &#8220;a lungo e con fatica&#8221; - e per che cosa: per vedere &#8220;che altro&#8221; possono essere quei soggetti studiati a lungo. Mi torna in mente la vecchia storia del saggio zen che lavora un bastone in legno per 70 anni. La perfezione dell&#8217;opera. E in fondo penso che nel mondo 2.0 è invece il prototipo che torna di moda. Certo, il prototipo non è il masterpiece, il capolavoro. Ma nel 2.0 sì, forse. Lo sketch. Perché tutto parla di tutto (linka tutto, dappertutto arrivo dappertutto), ma per vedere un oggetto che parla dell&#8217;altro da sé devo guardarlo a lungo e con fatica. E può essere un oggetto quotidiano. Può essere una bozza che traggo dal mondo, che al mondo assomiglia, ma per farla funzionare devo lasciarla sufficientemente indeterminata, perché possa essere anche di qualcun altro, e non solo mia. Devo guidare con ironia chi poi userà con passione.</p>
<p>&#8220;Devo capire il suo significato di un oggetto&#8221;, avremmo detto una volta, magari quando si studiava filosofia. Ora invece piuttosto direi: devo vedere in modo nuovo. Pensate al fotografo che studia le condizioni di luce. Aspetta l&#8217;attimo, e poi forse sorride pensando che quell&#8217;attimo di ispirazione e insieme di luce e di ombra, non è poi così diverso da quello prima. Respira, e sente l&#8217;ironia di quell&#8217;istante, quell&#8217; &#8220;e ora che sono arrivato fin qui, però&#8230;&#8221;.</p>
<p>E scatta. E in quel momento, conscio ed inconsapevole insieme, scatta qualcosa di ancora non pensato, non perfetto, certo, ma un prototipo. Il fotografo, certo. Oppure chiunque altro. Avete mai creato qualcosa? Certo. Oggi dobbiamo produrre performance. Lavoriamo in ambienti competitivi. Poco importa se si compete sul nulla. Bisogna produrre prestazioni. Cashflow, idee, velocemente. Eppure l&#8217;idea arriva quando non ci pensi. E&#8217; sempre così. Competere crea le condizioni, si dice. Ma forse fregarsene delle pressioni crea condizioni migliori. Filosofia orientale, discretamente inutile. No doubt.</p>
<p>Ma forse il 2.0 ci aiuta. A capire che l&#8217;opera perfetta non esiste. Che nessun software, neppure il più geniale, dura uguale a se stesso per più di un flusso di secondi. Anche se può produrre profitti per anni, certo. Ma se guardiamo alla semantica dell&#8217;oggetto, non esistono discontinuità, tra il prima, e poi la creazione, e poi il dopo, la fruizione.</p>
<p>Abbiamo imparato che gli oggetti e le azioni sociali sono continuamente rinegoziate, a livello semantico, che i contesti non possono essere mai previsti. Ma a volte si prova. E quella cosa funziona: un servizio, un articolo, un progetto. Funziona perchè va al di là di se stesso, e trova un consenso di qualcun altro che vuole provare, che ci mette del suo; perchè è un prototipo, trova un posto in una costellazione di significati. Pochi o tanti. Risveglia associazioni, ti fa venir voglia di provare come funziona. Di fare qualcosa che non avevi previsto. Questa è la ricetta. La croce. O il sorriso. Noi cataloghiamo la ricerca fatta. I metadati sono foto di istantanee. Accompagnamo chi fa ricerca, a volte sì, abbiamo visto quel sorriso, in quella ricerca sugli antigeni o chissà quali altre cose incomprensibili. L&#8217;abbiamo visto aiutando un utente a trovare un libro, discutendo su com&#8217;è fatta una bibliografia. Ma forse si dovrebbe pensare più a fondo il nostro mestiere. Oltre il catalogare cataloghi. Oltre il seguire procedure. Oltre i protocolli. Verso qualcosa di più leggero. Da regalare. E poi vedere come cresce. Qualcosa di leggero, e aperto. Un formato, un&#8217;idea poco ortodossi. Open, ma senza darsi troppo l&#8217;aria di esserlo. Quello che non si riesce a fare, o che ci riesce solo il momento dopo che abbiamo rinunciato. Forse avete voi dei nomi da dargli. Io no, non ora. Al massimo un sorriso.</p>
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		<title>Improve your performance!</title>
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		<pubDate>Thu, 10 Jan 2008 23:17:05 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Paolo Gardois</dc:creator>
		
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		<description><![CDATA[Ricordate quella vecchia canzone degli Stones – Mother’s little helper?
Bene, è tornata di moda. Leggete questo articolo di Sahakian e Morein-Zamir, Professor’s Little Helper. Ma prima di iniziare riflettete un attimo. Siete in cucina, sono le 11 e 30 di sera e siete sfatti di stanchezza. Però: non e’ il momento, per qualche motivo. Quel [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<div class='snap_preview'><br /><p class="MsoNormal">Ricordate quella vecchia canzone degli Stones – Mother’s little helper?</p>
<p class="MsoNormal">Bene, è tornata di moda. Leggete questo <a href="http://www.nature.com/nature/journal/v450/n7173/full/4501157a.html">articolo di Sahakian e Morein-Zamir</a>, Professor’s Little Helper. Ma prima di iniziare riflettete un attimo. Siete in cucina, sono le 11 e 30 di sera e siete sfatti di stanchezza. Però: non e’ il momento, per qualche motivo. Quel report da finire. Quella mail da mandare per chiarire all’umanita’ la vostra posizione, sublime. Pensate ad un caffè. Buona, questa. No. Non più. Perché il vostro nemico, il vostro collega, il vostro subordinato, collaboratore, capo, nello stesso momento, in una cucina un po’ più o meno lussuosa, sta affrontando lo stesso problema, nello stesso momento. E quale? Tritare, filtrare, rielaborare, riusare informazione. Produrne altra, adattata ad un target. Leggere il meno possibile capendo il più possibile e producendo il meno possibile, ma che siano parole che restano in mente, tra i miliardi che si leggono tutti i giorni. Vi ricorda qualcosa questo? Certo. L’information literacy. Le skills, le competenze informative, l’architettura dell’informazione, l’accesso aperto, la rielaborazione creativa del sapere. Già. Ma il professore, per una volta, o per molte, non pensa ad un little helper umano. Magari un bibliotecario volenteroso. O semmai il bibliotecario, o le competenze informative, sono già state utilizzate, magari da qualcun altro più in basso nella catena alimentare, beh, sì, volevo dire catena del valore. Adesso i prodotti sono lì, ma bisogna produrre. Per un esame. Per un concorso. Per l’articolo più significativo della storia dell’umanità. Bene – ora potete leggere.</p>
<p class="MsoNormal"> </p>
<p class="MsoNormal">Esiste una categoria di farmaci definita “cognitive enhancers”: hanno effetti da moderati a medi nel migliorare l’attenzione, la concentrazione, la scelta delle parole, la capacità decisionale; nel ridurre il bisogno di sonno. In generale, aumentano la performance cognitiva. Cioè, appunto, la capacità di identificare rapidamente l’informazione rilevante, di ricordare quanto si è già letto ed assimilato, di produrre informazione in modo chiaro e preciso, scegliendo la strategia comunicativa giusta.</p>
<p class="MsoNormal">Ovvio: non trasformano un asino in un genio; non possono fornire un retroterra di competenza specialistica a chi ne è privo; non donano senso estetico o finezza a chi li ignora. Però conferiscono un indubbio vantaggio a chi li usa rispetto a chi non li usa. E soprattutto, a livello sociale, il loro uso è in rapido aumento tra certe categorie, tra cui studenti e professori nelle università, ad esempio. E soprattutto, spiegano le due autrici, il loro uso si inserisce in un quadro sociale in cui già si assumono farmaci per migliorare l’aspetto fisico e incrementare le prestazioni sessuali; o - aggiungo - si utilizzano sostanze con valenze “sociali”, per migliorare le prestazioni, come dire, conviviali; o infine per migliorare le prestazioni sportive. In tutti questi casi si assumono sostanze (spesso con effetti di tipo “placebo”, indubbiamente) non per “trattare” (treat) ma per “migliorare” (enhance). E questo uso sociale assomiglia molto a quello di certi strumenti di rete, nati per assolvere ad un compito preciso, ma poi riadattati per finalità completamente diverse, in fondo.</p>
<p class="MsoNormal"> </p>
<p class="MsoNormal">Fin qui l’articolo, che tra l’altro ha sollevato un interessante dibattito nel forum collegato.</p>
<p class="MsoNormal">Perché ne parliamo qui, però? Prima di tutto, perché sono il primo, lo so, ad aver trovato un ulteriore temibile concorrente per la nostra professione. <span>Vedo già il prossimo trial, pubblicato sul <i>Journal of Amphetaminic Librarianship</i>: <i>Use of assistant librarians vs. methylphenidate in improving academic outputs of university researchers</i>.</span></p>
<p class="MsoNormal">Poi perché il parallelo – e anche l’interazione - tra tecnologie abilitanti, competenze cognitive e <i>cognitive enhancers</i> è affascinante, pericoloso, efficace, insomma ha tutte le caratteristiche per suscitare un dibattito.</p>
<p class="MsoNormal">E infatti: pensate a quanto c’è di naturale, anche lasciando perdere il Ritalin, in una rete di lavoratori cognitivi always-online, che rielaborano costantemente informazione prodotta tramite reti digitali, vivendo in dimensioni diverse da quella fisica, ingoiando caffè e softdrinks (ah i bei tempi in cui, quando un programma ci metteva un sacco a elaborare informazione, dicevamo che per passare il tempo servivano “canne e caffé”…). Che cos’è, per tornare ai temi di questo blog, che cos’è lo spazio, e il tempo, e le relazioni, per queste persone? E torniamo all’idea gibsoniana che il ciberspazio è un’allucinazione consensuale…</p>
<p class="MsoNormal">Infine, perché ho / abbiamo parlato a lungo su questo blog di spazi e costrutti culturali, di costruzionismo, e di come l’aspetto sociale della fruizione dell’informazione condizioni il mestiere del bibliotecario e le competenze informative e la stessa organizzazione e produzione della conoscenza.</p>
<p class="MsoNormal">Però adesso leggo questa cosa, e rifletto in tutt’altro modo. Che cosa c’è dietro/dentro al crescere di un profilo, di un contesto sociale sempre più controllato in base a dinamiche stimolo-risposta, per quanto sfumate e fuzzy le si voglia considerare? Anche lasciando perdere gli effetti collaterali di questi farmaci, che cosa significa ormai “performance cognitiva”, quella stessa performance che i professionisti dell’informazione si sforzano in ogni modo di migliorare nei loro utenti? Che cosa significa l’adagio che spesso abbiamo usato in anni passati con i colleghi biomedici “la buona informazione è la miglior medicina” – ironico, anche un po’ crudele? Forse dovremmo fermarci, invece, e soprattutto in certi campi ridurre le prestazioni? Guardare un attimo, in un silenzio immobile, quello che sta succedendo? Ascoltare, sobriamente, il rumore della realtà e provare a capire, senza rete, unplugged, qualche volta almeno, senza prestazioni? Ovvio che non parlo di individui, per un individuo è facile. Parlo di gruppi interi, di network. Ma forse non è possibile.</p>
<p class="MsoNormal">Certo, però quest’ultima frase non mi è riuscita bene. Devo lasciarvi un attimo. Vado a ingoiare un Modafinil, sì, quello che ho comprato online, che ho nascosto nella scatolina dell’ibuprofene. Perché, c’è qualcosa di male?</p>
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		<title>OA UNITO - pomeriggio - liveblogging II</title>
		<link>http://unitosbd.wordpress.com/2007/12/06/oa-unito-pomeriggio-liveblogging-ii/</link>
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		<pubDate>Thu, 06 Dec 2007 14:30:40 +0000</pubDate>
		<dc:creator>elemarangoni</dc:creator>
		
		<category><![CDATA[Institutional repositories]]></category>

		<category><![CDATA[Open Archives Initiative]]></category>

		<category><![CDATA[comunicazione scientifica]]></category>

		<category><![CDATA[knowledge production]]></category>

		<category><![CDATA[open access]]></category>

		<category><![CDATA[produzione della conoscenza]]></category>

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		<description><![CDATA[Sessione pomeridiana.
I lavori del pomeriggio si aprono con l’intervento di Paolo Gardois, che ha per oggetto Aperto, l’archivio istituzionale di Unito. Seguirà l’interevento di Viviana Mandrile, dedicato alle tesi di dottorato, mentre nel prosieguo del pomeriggio si ritornerà al confronto con realtà di ricerca che in modo diverso hanno a che fare con l’open access [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<div class='snap_preview'><br /><p>Sessione pomeridiana.</p>
<p class="MsoNormal">I lavori del pomeriggio si aprono con l’intervento di Paolo Gardois, che ha per oggetto Aperto, l’archivio istituzionale di Unito. Seguirà l’interevento di Viviana Mandrile, dedicato alle tesi di dottorato, mentre nel prosieguo del pomeriggio si ritornerà al confronto con realtà di ricerca che in modo diverso hanno a che fare con l’open access e gli strumenti digitali, con esperienze nel campo della fisica, della storia e della filologia.</p>
<p class="MsoNormal">&nbsp;</p>
<p class="MsoNormal">Paolo riprende il filo del discorso dalle nuove prospettive che si aprono per le biblioteche e degli strumenti concreti a disposizione.</p>
<p class="MsoNormal">Il Repository può essere definito come ‘an online locus’; le funzioni di un deposito istituzionale possono essere ricondotte a 2: - la disseminazione dell’informazione scientifica, tramite il protocollo OAI-PMH, attraverso internet; - ma si tratta di qualcosa di più di un ‘magazzino’.</p>
<p class="MsoNormal">Si propone quindi un modello teorico di flusso, dal producer agli utenti, articolato in inserimento, gestione dei dati e storage, preservation e infine accesso.</p>
<p class="MsoNormal">All’inizio l’accesso era semplice dowload, ora (come emerso in mattinata) la prospettiva è quella del riuso, del rimodellamento.</p>
<p class="MsoNormal">Le catene del valore: van de sompel parla delle catene del valore accademico, per indicare i processi di generazione ed elaborazione della conoscenza in ambito accademico; si parla poi di supply chain anche per l’accesso all’informazione: sempre più la necessità è di conoscenza ‘on demand’ piuttosto che immagazzinata.</p>
<p class="MsoNormal">La tendenza è quella dell’accesso aperto nel senso che i dati tendono a diventare commodities, materie prime che, pur con determinati costi, si danno per scontate, sempre disponibili, a partire dalle quali si costruiscono diverse catene di valore.</p>
<p class="MsoNormal">Come Aperto può creare valore?</p>
<p class="MsoNormal">All’interno della nostra istituzione uno dei modi in cui Aperto può interagire con flussi di lavoro interni all’istituzione è l’interazione con il Catalogo delle pubblicazioni della ricerca di Ateneo, con l’obiettivo di far inserire solo una volta i metadati. Altro campo è quello dell’archiviazione delle tesi di dottorato e di laurea. Vi sono anche potenzialità di collaborazione con altre istituzioni e potenzialmente col territorio</p>
<p class="MsoNormal">&nbsp;</p>
<p class="MsoNormal">Le potenzialità del repository si misurano però anche con scelte in merito all’architettura del sistema (scelte in merito alla creazione di un unico repository o di diverse installazioni per funzioni diverse; caratteristiche delle diverse versioni del software).</p>
<p class="MsoNormal">Gli archivi devono ‘servire’ ai ricercatori, fornire dei servizi, quali la possibilità di ottenere lo scarico di metadati in formati bibliografici diversi, il collegamento con altri siti o servizi (il portale d’ateneo; collegamento col sistema di credenziali unificato di ateneo) e devono fornire sufficienti garanzie di sicurezza e preservazione.</p>
<p class="MsoNormal"><span> </span></p>
<p class="MsoNormal">Gli ‘scenari globali’ proposti sono una panoramica sul ‘valore aggiunto’ potenzialmente fornito da Aperto che richiamano il ‘mondo piatto’ (Friedman, 2006) aperto a nuove forme di partecipazione e collaborazione collettiva alla fruizione e costruzione della conoscenza. Cominciano ad essere proposti nuovi modelli teorici per interpretare tali potenzialità e mutamenti: l’invito è quello di cominciare assieme, bibliotecari e docenti, ad affrontare ed interpretare il nuovo mondo piatto che si sta delineando.</p>
<p class="MsoNormal">&nbsp;</p>
<p class="MsoNormal">Viviana Mandrile presenta le Linee guida elaborate dalla CRUI in merito alla pubblicazione delle tesi di dottorato, documento approvato a fine novembre.</p>
<p class="MsoNormal">Le linee guida della CRUI si propongono l’istituzione di un servizio nazionale.</p>
<p class="MsoNormal">&nbsp;</p>
<p class="MsoNormal">Perché le tesi di dottorato sono interessanti per l’OA? Sono un prodotto della ricerca originale e innovativo, nascono in formato digitale, ma sono ‘letteratura grigia’, difficilmente accessibili e pertanto non<span>  </span>hanno l’impatto che meriterebbero per il loro valore. Il vantaggio per l’istituzione che le raccoglie è quello di valorizzare meglio il proprio prodotto mentre per l’autore rappresentano il primo passo della propria carriera, che potrebbe essere meglio valorizzato.</p>
<p class="MsoNormal">All’estero la raccolta di tali lavori è maggiormente sviluppata ed esiste dal 2006 un gruppo di lavoro europeo per integrare le varie realtà nazionali (metadati integrati per favorire l’accessibilità).</p>
<p class="MsoNormal">In Italia esistono 18 archivi istituzionali gestiscono l’archiviazione delle tesi, ma in tutto le tesi depositate sono meno di 2000: molti archivi sono quindi da sviluppare e ancora da popolare.</p>
<p class="MsoNormal">Sinora le tesi sono state raccolte negli archivi in aggiunta al deposito amministrativo e su base volontaria, col metodo del self archiving. Nel gruppo Crui, a partire dalle ‘buone pratiche’, è emerso come l’obbligo di deposito dia buoni risultati.</p>
<p class="MsoNormal">Il quadro normativo presenta difficoltà, per la sovrapposizione di norme diverse, anche in contrasto per la stratificazione storica delle leggi: la legge del 1941 fa rientrare le tesi nella disciplina del diritto d’autore, come opere orginali; mentre la disciplina del dottorato di ricerca impone l’obbligo del deposito per i singoli atenei alla biblioteca nazionale. La legge sul deposito legale, mirando a pubblicizzare le tesi, incentiva la raccolta anche tramite supporti informatizzati (2006).</p>
<p class="MsoNormal">Il gruppo Crui ha cercato un’armonizzazione tra le varie norme, per conciliare necessità di dare pubblicità alle tesi e diritto d’autore:</p>
<p class="MsoNormal">gli atenei hanno facoltà di rendere obbligatorio il deposito delle tesi di dottorato nei repositry istituzionali (rendendolo esplicito nei bandi di dottorato). Vi sono poi casi particolari, sottoposti ad un ‘embargo’ di max 12 mesi nel caso di contenuti brevettabili, o che debbano essere pubblicati con altri canali o qualora ci siano interessi di terzi.</p>
<p class="MsoNormal">&nbsp;</p>
<p class="MsoNormal">Standardizzazione ed interoperabilità: è stato creato un formato di<span>  </span>metadati standard a cui gli atenei sono invitati ad attenersi per garantire l’interoperabilità. Nell’estate 2007 una circolare ministeriale ha avviato la raccolta automatizzata in formato digitale delle tesi da parte delle biblioteche.</p>
<p class="MsoNormal">&nbsp;</p>
<p class="MsoNormal">Il caso di Chimica: il progetto è nato su base volontaria per arricchire Aperto e migliorare il servizio catalografico. Anche da tale progetto è emerso come sia necessario superare l’archiviazione su base volontaria.</p>
<p class="MsoNormal">La proposta è di una strategia a 3 livelli: - comunicaione; - organizzazione (integrazione con SCU e Db delle segreterie, flussi di lavoro di ateneo); - conservazione e innovazione: occorre un regolamento di deposito (su formati, metadati, valorizzazione, integrazione con altri servizi quali Trova@unito).</p>
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		<title>OA UNITO - pomeriggio</title>
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		<pubDate>Thu, 06 Dec 2007 14:06:09 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Paolo Gardois</dc:creator>
		
		<category><![CDATA[Open Archives Initiative]]></category>

		<category><![CDATA[comunicazione scientifica]]></category>

		<category><![CDATA[dati della ricerca]]></category>

		<category><![CDATA[knowledge production]]></category>

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		<category><![CDATA[organizzazione della conoscenza]]></category>

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		<category><![CDATA[research data]]></category>

		<category><![CDATA[riuso]]></category>

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		<description><![CDATA[Sono sopravvissuto, ho finito l&#8217;intervento, ora aspettiamo le domande.
Riemergo dai pensieri e dalle sensazioni colte dal link con la platea, rapido ed emozionante come sempre, e ascolto Viviana dire che in Italia sono state pubblicate OA negli IR solo 1400+ tesi di dottorato. Diversa la situazione in Olanda (10.000+). Si sono usate in Europa delle [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<div class='snap_preview'><br /><p>Sono sopravvissuto, ho finito l&#8217;intervento, ora aspettiamo le domande.</p>
<p>Riemergo dai pensieri e dalle sensazioni colte dal link con la platea, rapido ed emozionante come sempre, e ascolto Viviana dire che in Italia sono state pubblicate OA negli IR solo 1400+ tesi di dottorato. Diversa la situazione in Olanda (10.000+). Si sono usate in Europa delle policies di deposito obbligatorio, ma Viviana rileva soprattutto il fatto che le normative, che da noi sono molte e intricate. Ultimamente però anche in Italia leggi e regolamenti hanno fatto considerevoli passi avanti. Ora la pubblicazione delle tesi è possibile previa modifica dei bandi di ammissione al dottorato, ma temporaneamente è possibile comunque previa liberatoria da parte del dottorando, che prende atto delle policy OA di un Ateneo. Alcuni tipi di tesi possono essere sottoposti ad embargo (brevetti, pubblicazione presso editori, dati sensibili, dovere di assolvere a diritti di terzi riguardo al materiale contenuto nella tesi).</p>
<p>Parlando poi dell&#8217;esperienza di deposito volontario delle tesi in AperTO, si rileva quanto segue: servono policy di deposito obbligatorio delle tesi; comunicazione con i dottorandi; creazione di adeguati flussi di lavoro; regolamento di deposito per formati file e schemi metadati, questi ultimi da concordare con le biblioteche nazionali; maggior integrazione con Trova@unito, per rendere linkabili con il resolver le citazioni contenute nelle tesi con i fulltext citati.<br />
Tra chiacchiere e intervista con la web TV di Ateneo, mi perdo quasi tutto del modo in cui i fisici passano la mattinata, raccontato da L. Magnea, che tra l&#8217;altro ci fa vedere come un fisico usa ArXiv e Spires. Ottima la parte sulla psicopatologia della citazione: i nuovi strumenti online fanno misurare i ricercatori con domande inquietanti, come: &#8220;chi mi ha citato ieri?&#8221;. Inquietante soprattutto perché la domanda diventa quotidiana. Del resto, dai, anche con i blog ne sappiamo qualcosa, eh&#8230;</p>
<p>Nota conclusiva dell&#8217;intervento: la peer review è davvero valutata nel modo giusto? Come assegnarle un valore economico, dato che è davvero l&#8217;unica funzione di utilità sociale a cui assolvono gli editori, oggi?</p>
<p>Purtroppo (o per fortuna) i social networks non sono fatti di soli bit, e devo dire che mi sono perso gli interventi su Reti Medievali chiacchierando con colleghi e docenti &#8212; ma ho parlato di OA, naturalmente <img src='http://s.wordpress.com/wp-includes/images/smilies/icon_smile.gif' alt=':-)' class='wp-smiley' /> </p>
<p>Molto interessante, comunque, il rapporto tra RM e Firenze University Press: tutto il materiale pubblicato sul sito viene pubblicato da FUP, in digitale o a richiesta anche in formato cartaceo. Il punto forte di RM rispetto ad iniziative analoghe, consiste nel fatto che la risorsa non è solo un repository o una realtà di e-publishing, ma un punto di incontro per specialisti di tutto il mondo.</p>
<p>P. Provero, del dipartimento di Genetica di UNITO, parla di OA e bioinformatica. C&#8217;è una forte insoddisfazione rispetto al processo tradizionale di peer-reviewing, che deve diventare + aperto. Il gruppo di Provero pubblica la maggior parte dei lavori su riviste OA: provenendo da fisica, è abbastanza naturale. BMC garantisce una peer-review di qualità, e abbastanza rapida (1-2 mesi) - e quando il lavoro è stato letto con cura e arrivano suggerimenti utili, lo si vede subito!</p>
<p>L&#8217;insoddisfazione viene spesso dall&#8217;anonimità dei reviewers, che possono commettere abusi. BMC garantisce commenti non anonimi e l&#8217;intera storia relativa alla pubblicazione dell&#8217;articolo, comprese le osservazioni dei reviewers, sono pubblicati. Problemi: difficile trovare referee, e tendenza ad avere report + positivi del normale. Altre riviste (PlOS) garantiscono possibilità di peer review anonima, ma occorre giustificare perché. Di solito, chi vuol mantenere l&#8217;anonimato, lo fa x paura di ritorsioni (pensate a un referee giovane che critica il lavoro di un ricercatore affermato). Non è ovvio quindi che il peer review anonimo garantisca davvero la trasparenza. Nature ha invece adottato il modello del Community Peer Review, poco utile e con pochi commenti &#8211;&gt; abbandonato. Biology Direct ha invece adottato il metodo della Open and Permissive Peer Review: l&#8217;autore deve trovare 3 membri dell&#8217;editorial board disposti a fare 1 report; l&#8217;articolo può pubblicare anche se i report sono negativi; pubblica comunque sempre insieme ai report, firmati. Dove invece non si usa la peer review, i commenti sono infestati da pseudoscienza e trash (Philica).</p>
<p>Quanto all&#8217;accesso ai dati di ricerca, essi sono fondamentali in biologia e biologia molecolare. Questi dati sono accessibili tramite gli ormai tradizionali db, da swissprot a ensembl. Questi db sono la base della bioinformatica, che sarebbe impossibile se i dati non fossero pubblici. Questi db contengono moli enormi di conoscenza inesplorata - esplorarla è il compito della bioinformatica, che lo fa tramite software opensource al 99%. Questo, più che le pubblicazioni open, è ciò che ha davvero rivoluzionato la bioinformatica.</p>
<p>Non provo nemmeno, purtroppo, a bloggare l&#8217;ultimo intervento. La scuola materna mi aspetta. E la lucidità se ne va. La giornata è stata intensa. Le connessioni neuronali si sono attivate. Le reti sociali anche. Adesso proviamo a lavorarci. Come dice Wallace, lo yoyo del sole sta scendendo. Penserò camminando per le strade di Torino. Mescolando le luci arancio e le pietre dei palazzi, con le idee, come sempre, e oggi un po&#8217; di più.</p>
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		<title>Open Access all&#8217;Università di Torino: esperienze e modelli di comunicazione scientifica. Sessione del mattino</title>
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		<pubDate>Thu, 06 Dec 2007 08:50:17 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Paolo Gardois</dc:creator>
		
		<category><![CDATA[comunicazione scientifica]]></category>

		<category><![CDATA[knowledge organization]]></category>

		<category><![CDATA[open access]]></category>

		<category><![CDATA[produzione della conoscenza]]></category>

		<guid isPermaLink="false">http://unitosbd.wordpress.com/2007/12/06/open-access-alluniversita-di-torino-esperienze-e-modelli-di-comunicazione-scientifica-sessione-del-mattino/</guid>
		<description><![CDATA[Liveblogging again.
Il piacere di seguire e raccontare un evento. Aula magna di Unito. Oltre 130 persone. Sono appollaiato in alto a sinistra e vedo tutta la sala. Mi distraggo come al solito al gioco del chic&#8217;èchinonc&#8217;èenonc&#8217;èancoraeforsearriva. Non tanto da non sentire il Rettore che rimarca l&#8217;importanza dello SBA e della gestione della conoscenza in un [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<div class='snap_preview'><br /><p>Liveblogging again.</p>
<p>Il piacere di seguire e raccontare un evento. Aula magna di Unito. Oltre 130 persone. Sono appollaiato in alto a sinistra e vedo tutta la sala. Mi distraggo come al solito al gioco del chic&#8217;èchinonc&#8217;èenonc&#8217;èancoraeforsearriva. Non tanto da non sentire il Rettore che rimarca l&#8217;importanza dello SBA e della gestione della conoscenza in un Ateneo degli anni duemila, e il Direttore Amministrativo parlare della rilevanza dell&#8217;accesso aperto per gestire correttamente la spesa pubblica negli atenei ed evitare di vendere la conoscenza a pezzetti. Le logiche di mercato, continua il DirAmm, producono logiche di monopolio e non sono un modello di business accettabile: occorre equilibrare difesa del copyright e difesa dei beni comuni. Inoltre, l&#8217;OA è anche un elemento di un modello di razionalizzazione e omogeneizzazione culturale e organizzativa. Le biblioteche sono centrali per sviluppi scientifici interdisciplinari, e devono avere un ruolo nella ricerca e anche di ricerca.</p>
<p>Il delegato del rettore per le biblioteche, rimarca l&#8217;importanza di un ruolo propositivo dei bibliotecari nella gestione dei cambiamenti relativi alla produzione e comunicazione scientifica.</p>
<p>Franco Bungaro, responsabile dello Staff Sviluppo Collezioni e Metadati dell’Università di Torino, affronta il tema dell’enorme aumento del costo dei periodici scientifici. Il report del Library Journal, Serial Wars (2007), evidenzia un aumento del 300% del costo dei periodici nell’ultimo trentennio, al netto dell’inflazione! Da dove origina questa dinamica? Secondo Guedon, dall’ombra lunga di Oldenburg, inventore dei periodici scientifici. Dagli anni ’30 in poi nasce il concetto di core journals, anche grazie al Science Citation Index. L’impact factor è attribuito di fatto ai periodici, aumentando in tal modo l’inelasticità del mercato, data dalla concentrazione della maggior parte del valore aggiunto in (relativamente) poche testate.</p>
<p>Uno strumento per abbattere i costi sembrava quella dei consorzi, che però non hanno funzionato per questo, come sottolinea anche Bergstrom, nella parabola degli anarchici.</p>
<p>Entro questa logica, si può solo difendersi, diminuendo il valore complessivo delle collezioni acquistate. Occorre quindi rivolgersi all’Open Access, che tra l’altro è anche il modello e l’obiettivo per cui Internet è nata. L’OA, tra l’altro, funziona più di quanto si pensi. In DOAJ ci sono ca. 3000 riviste, e gli archivi istituzionali stanno crescendo. Questo genera conflitti con l&#8217;editoria tradizionale, e l&#8217;elemento tecnologico non gioca più a favore degli editori.</p>
<p>Mentre litigo con la connessione wireless, Stefano Bianco, dell&#8217;INFN ci parla del modello SCOAP. La comunità dei fisici è relativamente piccola (20.000 scienziati) e strettamente interconnessa. In questa comunità la peer review è essenziale per la certificazione. In particolare nella fisica delle alte energie si hanno 6 riviste in tutto, di 4 editori, uno scenario ideale per un&#8217;iniziativa come Scoap, che abbiamo già commentato al Berlin 5. In SCOAP, reinstradare i fondi di abbonamento favoriranno una competizione tra editori e quindi un miglioramento dell&#8217;offerta. SCOAP sarà una miscela di membership istituzionale e di sponsorship. Il 45% delle comunità (o meglio delle agencies istituzionali) hanno già accettato di fare un pledge (un pagherò), soprattutto in area tedesca ed europea in genere. In fondo si tratta di un modello institutions pay, ma l&#8217;elemento di novità è nel fare una gara, e nel fatto che tutti i Paesi devono partecipare. Ci si aspetta una riduzione complessiva dei costi e la disponibilità open access dei lavori pubblicati. Interessante lo scorporo delle riviste disponibili in SCOAP dai pacchetti (così le istituzioni non pagheranno 2 volte). Il CERN pubblica l&#8217;80% degli articoli su queste riviste, quindi ha un potere notevole nei confronti degli editori.</p>
<p>Secondo De Martin (Presidente del SBA del Politecnico di Torino), nel mondo cartaceo l&#8217;Università generava conoscenza e ne fruiva utilizzando un unico canale, gli editori commerciali. Il digitale genera una spinta verso la multimedialità, e inoltre i prodotti utili sono generati da milioni di produttori, non più poche centinaia. La produzione di informazione si orizzontalizza, così anche la produzione, e soprattutto il riuso. Occorre disaccoppiare pubblicazione (open) e peer review: prima la pubblicazione, e poi, come servizio &#8220;overlay&#8221;, la peer review. Cambia comunque la comunicazione scientifica, con i blog scientifici e anche con Facebook. Di conseguenza:</p>
<ul>
<li>le biblioteche universitarie devono e possono concentrarsi sul selezionare, rendere accessibili e tramandare i contenuti;</li>
<li>l&#8217;università comunica in maniera più trasparente, ad es. attraverso i materiali didattici; e i docenti possono essere maggiormente conosciuti tramite le loro competenze specifiche.</li>
</ul>
<p>Giulio Lughi, dell&#8217;Università di Torino, ragiona sull&#8217;ipotesi di un sistema di archiviazione integrato per i prodotti multimediali. Il multimedia era fortemente legato a grandi aggregati industriali, fino ad anni recenti, e questo aspetto era collegato ad una certa passività dello spettatore. Il digitale genera una cultura visuale, e dà anche la possibilità di segmentare, modulare e rendere più granulari i testi. Interessante il punto di vista di un esperto umanista nel collegare gli ipertesti alla programmazione orientata agli oggetti, alla logica dei database: reticolarità, estrazione in tempo reale con query, ecc. cambiano la natura del testo. Esiste un substrato testuale stabile da cui noi traiamo la nostra esperienza del testo: da Saussure (paradigma vs sintagma) all&#8217;inconscio di Freud, alla semiotica di Propp, alle strutture profonde di Chomsky, molta della cultura epistemologica del novecento si basa su questo assunto (e aggiungerei lo strutturalismo).</p>
<p>Questa modularità è penetrata in profondità nel testo, pensiamo a XML e ai metadati, ma anche agli oggetti multimediali. Solo se ho oggetti codificati in modo sistematico posso farli funzionare in una rete o in un sistema complessivo.</p>
<p>CSI e Regione Piemonte stanno ragionando sulla interoperabilità dei dati e la condivisione dei metadati, in un&#8217;ottica di integrazione, con apertura ai cittadini, tra Università e Pubblica Amministrazione.</p>
<p>Dopo il coffee break, la tavola rotonda.</p>
<p>Vittorio Valli parla di una rivista OA di ambito economico, che costa 2000 $ all&#8217;anno, grazie al lavoro volontario di editors e referees. Importantissimo avere tempi di pubblicazione il più possibile rapidi.</p>
<p>Sergio Margarita (direttore LIASES - UNITO). Il liases lavora su software Open Source e di Open Content: riusabilità, basata sul modello SCORM. Margarita rileva il fatto che i docenti presenti in sala sono un&#8217;esigua minoranza. Per lo sviluppo dell&#8217;OA ci vogliono:</p>
<ul>
<li>un preciso modello di business, o sostenibilità: l&#8217;OA ha un modello difficile da sostenere. L&#8217;OA è un movimento antisistema, in quanto va contro gli interessi di molti stakeholders; questo va rovesciato in un modello win-win, come ad es. SCOAP;</li>
<li>un aspetto culturale: intervenire in modo incisivo sulla resistenza di docenti e ricercatori a diffondere ad accesso aperto i propri contenuti.</li>
</ul>
<p>Luca Tamagnone, ricercatore biomedico, sottolinea l&#8217;importanza dell&#8217;Impact Factor nella scelta delle riviste su cui pubblicare. Importante il lavoro culturale per far conoscere l&#8217;OA ai ricercatori. LT è favorevole al modello authors pay, purché modifichi significativamente lo stato di cose.</p>
<p>M. Barbera, parla dei <a href="http://www.corpora.unito.it/">corpora</a>, oggetti ibridi tra software e testi. L&#8217;esperimento condotto in materia ad UNITO si è basata sull&#8217;idea di copyleft e ha utilizzato licenze Creative Commons - share alike, che a suo parere costituiscono un buon compromesso tra tutela del diritto del singolo e diffusione della cultura come bene comune.</p>
<p>A. Piga esprime il punto di vista del reviewer, lavoro svolto gratuitamente e sempre più richiesto da un sempre maggior numero di riviste. Una variabile fondamentale per il reviewer è la variabilità: non solo si lavora gratis, ma x le riviste con IF più elevato si deve rispondere rapidissimamente alla proposta di review (elevata competizione tra reviewers). Perché? Fare il reviewer dà molti privilegi nell&#8217;ambito della ricerca.</p>
<p>A questo punto mi viene in mente: la peer review è il cuore del problema. Ma:</p>
<ul>
<li>è possibile standardizzarne i metodi?</li>
<li>e a questo punto, è possibile pensare ad una post-publication peer review di massa?</li>
</ul>
<p>Intanto ascolto l&#8217;intervento di E. Giglia, che sottolinea diversi aspetti relativi all&#8217;open access, esprimendo disaccordo con alcuni relatori ed aggiungendo alcuni elementi relativi al business model OA. Le risposte: Bianco conferma che SCOAP è difficilmente esportabile, tranne che in microcosmi con le stesse caratteristiche della comunità HEP.<br />
Margarita: ma se l&#8217;OA è perfetto, allora perché la maggior parte degli autori e degli utenti usano software proprietari e pubblicano su riviste a pagamento? Ci vuole un lavoro culturale lungo, intervenendo sulle singole rigidità, di autori e lettori.</p>
<p>R. Caterina parla dell&#8217;ambito giuridico. C&#8217;è una netta scissione tra la pubblicazione sul web, che riguarda aspetti innovativi ma non conta per i concorsi, e le pubblicazioni sulle riviste giuridiche tradizionali. Nel campo giuridico prevale la seconda tendenza, e questo non facilita le dinamiche OA. Ci vogliono policies che aiutino in tal senso.</p>
<p>De Martin: attenzione, l&#8217;OA è all&#8217;inizio, ed è un processo che altererà equilibri vecchi di 450 anni; un po&#8217; di pazienza. Però, occorre anche partire dalle radici del problema: un cambiamento tecnologico ha aperto prospettive di disseminazione impensate: quindi partiamo da ciò che si potrebbe fare, e poi arriviamo a ciò che si dovrebbe fare.</p>
<p>Faccio la domanda. Risponde Lughi, per primo. Ci sono diversi impatti mediatici tra discipline di nicchia e discipline più ampie. Nelle discipline umanistiche la peer review viene già fatta ex post, dal pubblico e dal mercato. Piga: pro e contro nell&#8217;aprire la peer review. Es.: ricercatori africani che pubblicano un lavoro interessante, ma scritto magari non con tutti i crismi. In questo caso aprire significa togliere valore ai ricercatori. In altri casi prevalgono i pro, dove non ci sono interessi economici preponderanti. In molti blog ci sono descrizioni dettagliate di esperimenti [questo dobbiamo farlo anche noi!!]. Dove ci sono interessi economici importanti, è impossibile aprire, sia la sperimentazione sia il processo di validazione.</p>
<p>Tamagnone: l&#8217;IF non è un dogma, può anche essere un limite alla diffusione iniziale dei contenuti OA, ma con il tempo potrà invertirsi la situazione. A parità di IF, già oggi sono da preferire riviste OA. La peer review è anche collegata all&#8217;IF della rivista, quanto più è alto l&#8217;IF, tanto più dettagliata ed approfondita dev&#8217;essere la peer review. Giglia sottolinea che le riviste di BMC permettono di rivedere i pre-publication comments.</p>
<img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/categories/unitosbd.wordpress.com/35/" /> <img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/tags/unitosbd.wordpress.com/35/" /> <a rel="nofollow" href="http://feeds.wordpress.com/1.0/gocomments/unitosbd.wordpress.com/35/"><img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/comments/unitosbd.wordpress.com/35/" /></a> <a rel="nofollow" href="http://feeds.wordpress.com/1.0/godelicious/unitosbd.wordpress.com/35/"><img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/delicious/unitosbd.wordpress.com/35/" /></a> <a rel="nofollow" href="http://feeds.wordpress.com/1.0/gostumble/unitosbd.wordpress.com/35/"><img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/stumble/unitosbd.wordpress.com/35/" /></a> <a rel="nofollow" href="http://feeds.wordpress.com/1.0/godigg/unitosbd.wordpress.com/35/"><img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/digg/unitosbd.wordpress.com/35/" /></a> <a rel="nofollow" href="http://feeds.wordpress.com/1.0/goreddit/unitosbd.wordpress.com/35/"><img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/reddit/unitosbd.wordpress.com/35/" /></a> <img alt="" border="0" src="http://stats.wordpress.com/b.gif?host=unitosbd.wordpress.com&blog=1743449&post=35&subd=unitosbd&ref=&feed=1" /></div>]]></content:encoded>
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		</item>
		<item>
		<title>OA Unito - the road to get there</title>
		<link>http://unitosbd.wordpress.com/2007/12/05/oa-unito-the-road-to-get-there/</link>
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		<pubDate>Wed, 05 Dec 2007 17:05:23 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Paolo Gardois</dc:creator>
		
		<category><![CDATA[comunicazione scientifica]]></category>

		<category><![CDATA[open access]]></category>

		<category><![CDATA[web 2.0]]></category>

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		<description><![CDATA[Dunque, a quanto pare, domani c&#8217;è il convegno sull&#8217;Open Access all&#8217;Università di Torino.  
Quindicizerosei. Sto scrivendo l&#8217;intervento. Parto da Wikipedia, absit iniuria verbis, ma forse è meglio usare fonti introduttive - non mi aspetto una platea di specialisti, almeno l&#8217;intento degli organizzatori era divulgativo, spero di non aver capito male. La voce inglese (quella [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<div class='snap_preview'><br /><p>Dunque, a quanto pare, domani c&#8217;è il convegno sull&#8217;Open Access all&#8217;Università di Torino. <img src='http://s.wordpress.com/wp-includes/images/smilies/icon_smile.gif' alt=':-)' class='wp-smiley' /> </p>
<p>Quindicizerosei. Sto scrivendo l&#8217;intervento. Parto da Wikipedia, absit iniuria verbis, ma forse è meglio usare fonti introduttive - non mi aspetto una platea di specialisti, almeno l&#8217;intento degli organizzatori era divulgativo, spero di non aver capito male. La <a href="http://en.wikipedia.org/wiki/Institutional_repository">voce inglese</a> (<a href="http://it.wikipedia.org/wiki/Deposito_istituzionale">quella italiana</a>, devo dire, mi convince di meno, molto meno chiara anche se le cose ci sono) è sintetica e chiara, un buon punto di partenza. Occorre aggiungere qualcosa sui workflow, sui modelli teorici, sull&#8217;OAI-PMH. Certo, sapessi usare il maledetto Visio, mi piacerebbe fare quelle belle slide piene di bidoncini colorati che fanno sempre una certa impressione, con le architetture di sistema, vabbè, imparerò prima o poi&#8230;</p>
<p>A proposito di OAI-PMH e copertura di fonti OA, interessante l&#8217;abbozzo di analisi in <a href="http://www.escholarlypub.com/digitalkoans/2006/04/12/a-simple-search-hit-comparison-for-google-scholar-oaister-and-windows-live-academic-search/">DigitalKoans</a>, ora non ho tempo di vedere se in letteratura qualcuno ha colto lo spunto&#8230; Sull&#8217;interoperabilità tra IR, obbligatoria un&#8217;occhiata ai seguenti links:  <a href="http://www.openarchives.org/ore">ORE</a>, <a href="http://msc.mellon.org/Meetings/Interop/">Interoperability across scholarly repositories</a>.</p>
<p>Però così ancora non ci siamo. Serve un quadro teorico per comprendere che gli OA sono (o possono/potrebbero essere) più che dei database molto ben accessibili sul web. Allora usiamo OAIS come riferimento. Il <a href="http://public.ccsds.org/publications/archive/650x0b1.pdf">full paper</a> è il documento di riferimento, anche se il punto centrale è lo schema delle entità funzionali (ad es. su <a href="http://www.ukoln.ac.uk/metadata/publications/iylim-2003/images/oais.png">Ukoln</a>). Qui abbiamo gli elementi di base per capire come/dove si può generare valore e a quale livello - e qui comincia il difficile.</p>
<p>Ho provato a fare un ragionamento partendo da quattro scenari, per analizzare il valore aggiunto: organizzativi, tecnici, globali e futuri. E&#8217; un casino comunque: però volevo rendere la complessità di un argomento, piuttosto che fare un&#8217;operazione di marketing dell&#8217;IR. Vedremo.</p>
<p>E alla fine, diciottozeronove, dopo una decina di telefonate, qui c&#8217;è la bibliografia degli articoli citati (è meno barbarico metterli qui che imbottirne una mezza dozzina di slide&#8230;):</p>
<ul>
<li>Armbuster, C. (2007) &#8216;Society Publishing, the Internet and Open Access: Shifting Mission-Orientation from Content Holding to Certification and Navigation Services?&#8217;. <span>Available at: <a href="http://papers.ssrn.com/sol3/papers.cfm?abstract_id=997819">http://papers.ssrn.com/sol3/papers.cfm?abstract_id=997819</a><a href="http://dx.doi.org/10.1045/september-2007-gold-pt1"><span></span></a> (Accessed: 5 December 2007).</span> <span></span></li>
<li><span>Gold, A. (2007a) &#8216;Cyberinfrastructure, Data, and Libraries, Part 1&#8242;. <em>D-Lib Magazine,</em> 13 (9/10). Available at: <a href="http://dx.doi.org/10.1045/september-2007-gold-pt1"><span>http://dx.doi.org/10.1045/september-2007-gold-pt1</span></a> (Accessed: 5 December 2007).</span><span></span></li>
<li><span>Gold, A. (2007b) &#8216;Cyberinfrastructure, Data, and Libraries, Part 2&#8242;. <em>D-Lib Magazine,</em> 13 (9/10). Available at: <a href="http://dx.doi.org/10.1045/september-2007-gold-pt2">http://dx.doi.org/10.1045/september-2007-gold-pt2</a> (</span><span>Accessed: 5 December 2007</span><span>).</span></li>
<li><span>O&#8217;Reilly (2004) &#8216;The Architecture of Participation&#8217;, </span><span>Available at:<br />
<a href="http://www.oreillynet.com/pub/a/oreilly/tim/articles/architecture_of_participation.html"></a><a href="http://www.oreillynet.com/pub/a/oreilly/tim/articles/architecture_of_participation.html"><font size="-2">http://www.oreillynet.com/pub/a/oreilly/tim/articles/architecture_of_participation.html</font></a> (</span><span>Accessed: 5 December 2007</span><span>).</span></li>
<li><span>Phillips, S. (2007) &#8216;Manakin. A New Face for DSpace&#8217;</span><span><em>. D-Lib Magazine,</em> 13 (9/10). Available at: <a href="http://www.dlib.org/dlib/november07/phillips/11phillips.html"></a><a href="http://www.dlib.org/dlib/november07/phillips/11phillips.html">http://www.dlib.org/dlib/november07/phillips/11phillips.html</a> (</span><span>Accessed: 5 December 2007</span><span>).</span></li>
<li><span>Schiltz, M., Truyen, F. &amp; Coppens, H. (2007) &#8216;Cutting the Trees of Knowledge: Social Software, Information Architecture and Their Epistemic Consequences&#8217;. <em>Thesis Eleven,</em> 89 (1)<strong>,</strong> 94-114. Available at: <a href="http://the.sagepub.com/cgi/content/abstract/89/1/94">http://the.sagepub.com/cgi/content/abstract/89/1/94</a> (</span><span>Accessed: 5 December 2007</span><span>).</span></li>
<li><span>Treloar, A., Groenewegen, D. &amp; Harboe-Ree, C. (2007) &#8216;The Data Curation Continuum&#8217;. <em>D-Lib Magazine,</em> 13 (9/10). Available at: <a href="http://dx.doi.org/10.1045/september2007-treloar">http://dx.doi.org/10.1045/september2007-treloar</a> (</span><span>Accessed: 5 December 2007</span><span>).</span></li>
<li><span>Van de Sompel, H., Lagoze, C., Bekaert, J., Liu, X., Payette, S. &amp; Warner, S. (2006) &#8216;An Interoperable Fabric for Scholarly Value Chains&#8217;. <em>D-Lib Magazine,</em> 12 (10). Available at: <a href="http://dx.doi.org/10.1045/october2006-vandesompel"><span>http://dx.doi.org/10.1045/october2006-vandesompel</span></a> (</span><span>Accessed: 5 December 2007</span><span>).</span><br />
<span></span></li>
<li><span>Wikipedia (2007) Institutional Repositories. Wikipedia, The Free Encyclopedia. </span><span>Available at: <a href="http://en.wikipedia.org/wiki/Institutional_repository">http://en.wikipedia.org/wiki/Institutional_repository</a> (</span><span>Accessed: 5 December 2007</span><span>).</span></li>
</ul>
<p>Ovviamente non è una bibliografia sull&#8217;OA in senso stretto, diciamo che riguarda di più il contesto, proprio come il paper che proporrò domani.</p>
<p>Per finire: che cosa mi aspetto:</p>
<ul>
<li>flame e passioni scatenate sulla peer review</li>
<li>idee nuove (almeno per me&#8230;) sui bisogni degli utenti</li>
<li>interesse istituzionale</li>
<li>fare cose, vedere &#8216;ggente</li>
</ul>
<p>A domani.</p>
<img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/categories/unitosbd.wordpress.com/34/" /> <img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/tags/unitosbd.wordpress.com/34/" /> <a rel="nofollow" href="http://feeds.wordpress.com/1.0/gocomments/unitosbd.wordpress.com/34/"><img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/comments/unitosbd.wordpress.com/34/" /></a> <a rel="nofollow" href="http://feeds.wordpress.com/1.0/godelicious/unitosbd.wordpress.com/34/"><img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/delicious/unitosbd.wordpress.com/34/" /></a> <a rel="nofollow" href="http://feeds.wordpress.com/1.0/gostumble/unitosbd.wordpress.com/34/"><img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/stumble/unitosbd.wordpress.com/34/" /></a> <a rel="nofollow" href="http://feeds.wordpress.com/1.0/godigg/unitosbd.wordpress.com/34/"><img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/digg/unitosbd.wordpress.com/34/" /></a> <a rel="nofollow" href="http://feeds.wordpress.com/1.0/goreddit/unitosbd.wordpress.com/34/"><img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/reddit/unitosbd.wordpress.com/34/" /></a> <img alt="" border="0" src="http://stats.wordpress.com/b.gif?host=unitosbd.wordpress.com&blog=1743449&post=34&subd=unitosbd&ref=&feed=1" /></div>]]></content:encoded>
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		</item>
		<item>
		<title>Dai soggetti al tagging: un problema di quantità?</title>
		<link>http://unitosbd.wordpress.com/2007/11/21/dai-soggetti-al-tagging-un-problema-di-quantita/</link>
		<comments>http://unitosbd.wordpress.com/2007/11/21/dai-soggetti-al-tagging-un-problema-di-quantita/#comments</comments>
		<pubDate>Wed, 21 Nov 2007 18:28:11 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Paolo Gardois</dc:creator>
		
		<category><![CDATA[knowledge organization]]></category>

		<category><![CDATA[organizzazione della conoscenza]]></category>

		<category><![CDATA[semantica]]></category>

		<category><![CDATA[web 2.0]]></category>

		<guid isPermaLink="false">http://unitosbd.wordpress.com/2007/11/21/dai-soggetti-al-tagging-un-problema-di-quantita/</guid>
		<description><![CDATA[Riprendo una frase della citazione di Mani dal post di 2 gg fa.
Instants are attractive because our logics have traditionally conceived of the truth of a proposition as evaluated at an instant
Mi era sfuggito il senso reale di questa frase. In effetti, l&#8217;epistemologia riporta alla logica, alle funzioni per stabilire la verità delle proposizioni. In [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<div class='snap_preview'><br /><p>Riprendo una frase della <a href="http://portal.acm.org/citation.cfm?id=1017069&amp;coll=ACM&amp;dl=ACM&amp;CFID=43826025&amp;CFTOKEN=84431925">citazione di Mani</a> dal post di 2 gg fa.</p>
<blockquote><p>Instants are attractive because our logics have traditionally conceived of the truth of a proposition as evaluated at an instant</p></blockquote>
<p>Mi era sfuggito il senso reale di questa frase. In effetti, l&#8217;epistemologia riporta alla logica, alle funzioni per stabilire la verità delle proposizioni. In fondo l&#8217;idea che sta dietro al tagging o alla soggettazione ha a che fare con la verità, almeno in quanto adeguamento di una descrizione ad un oggetto descritto. Ogni tag è un istante, un punto nel tempo, ma anche nel senso in cui diciamo &#8220;ho colto il punto&#8221;. Pensate ad esempio alla nozione di aboutness come fondamentale nella catalogazione semantica: una soggettazione, un tagging dovrebbe essere quanto più possibile <em>circale</em> rispetto alle dimensioni dell&#8217;oggetto da descrivere. Di qui gli schemi come PMEST, appunto, che fanno da infrastruttura per la aboutness, la precisione descrittiva.</p>
<p>Quello che mi interessa, però, è capire come la ridondanza descrittiva, la sovrapposizione di tag ed etichette genera un effetto di accumulo che migliora - o peggiora - la comprensione. E&#8217; anche una questione di quantità. Se alcuni tag aiutano la comprensione, troppi tag ci fanno perdere per vie laterali. Certo, molti tag aiutano il reperimento di un oggetto in un sistema di information retrieval, perché ci permettono di arrivarci partendo da diversi concetti, o sostenendo diverse associazioni di idee - ma un&#8217;associazione debole, o troppo soggettiva od arbitraria o &#8220;poetica&#8221; rispetto ad un contenuto può sviarci (certo, questo ci dà fastidio solo se non desideriamo essere sviati, se abbiamo un&#8217;attitudine &#8220;serendipitous&#8221; allora è diverso&#8230;).</p>
<p>E&#8217; un problema non risolto della catalogazione semantica, della soggettazione, della classificazione.  Esistono linee guida su come usare i tesauri. <a href="http://www.ncbi.nlm.nih.gov/sites/entrez/">Pubmed</a>, per es., prevede una suddivisione delle voci di tesauro assegnate ad un record, in modo che solo poche siano caratterizzate come &#8220;<a href="http://www.nlm.nih.gov/bsd/disted/mesh/major.html">major topics</a>&#8220;, il che equivale a dire che molti termini possono descrivere aspetti secondari di un articolo medico, ma solo alcuni ne individuano la tematica fondamentale.</p>
<p>Però, qui, abbiamo una distinzione fondamentale tra uso di soggettari e vocabolari controllati e l&#8217;uso del linguaggio naturale come fonte di etichette per oggetti disponibili sul web. In fondo la vera differenza non è tanto qualitativa (varianti, polisemie, ecc. - in qualche modo, parzialmente, gestibili con strumenti automatici), ma piuttosto quantitativa. Nel momento in cui ogni parola può fare da etichetta - tag - nel momento in cui milioni di utenti possono etichettare un singolo oggetto, c&#8217;è bisogno di un ulteriore layer - a sua volta semantico - per stabilire relazioni tra i tag, che a questo punto diventano un universo a parte, anche sganciato dagli oggetti descritti.</p>
<p>Insomma, in qualche modo diventano un nuovo tesauro, solo ricostruito a posteriori, e dinamico in una maniera molto più imprevedibile. Se con il passaggio dai soggettari ai tesauri ci siamo mossi dalla pre- all post-coordinazione (posto che si tratti di un passaggio anche cronologico, oltre che logico), con il tagging generalizzato, di massa, siamo passati ad una creazione di ontologie ex-post, che forse possono diventare il vero valore aggiunto per un&#8217;analisi multidimensionale di grandi social networks. Si potrebbe provare - o per meglio dire qualcuno di certo ci avrà già provato&#8230;</p>
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		<title>Vedere ciò che scorre: semantiche ed ontologie del tempo</title>
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		<pubDate>Mon, 19 Nov 2007 21:42:13 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Paolo Gardois</dc:creator>
		
		<category><![CDATA[Linguaggio]]></category>

		<category><![CDATA[comunicazione scientifica]]></category>

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		<description><![CDATA[Two weeks went past on travels and thoughts.
Pensate all&#8217;aspetto temporale della semantica. Avete assegnato un soggetto ad un volume appena catalogato. O un tag ad un post su un blog. O una keyword ad una risorsa web su un virtual reference desk. Quindi, avete usato un sistema a base semantica, ne avete estratto una parte, [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<div class='snap_preview'><br /><p>Two weeks went past on travels and thoughts.</p>
<p>Pensate all&#8217;aspetto temporale della semantica. Avete assegnato un soggetto ad un volume appena catalogato. O un tag ad un post su un blog. O una keyword ad una risorsa web su un virtual reference desk. Quindi, avete usato un sistema a base semantica, ne avete estratto una parte, l&#8217;avete usata per connotare un certo oggetto, o meglio un certo aspetto di un oggetto. Normale. Ma la descrizione, in questo senso, è spazio. Il tempo, al più, è una delle categorie fondamentali, come ad es. nella classificazione a faccette (v. C. Gnoli, Classificazione a faccette, Roma, AIB, 2004 - oppure questa interessante <a href="http://www.lucarosati.it/blog/risorse/classificazione">pagina di Luca Rosati</a>). Ad es. Gnoli (op. cit., pp. 12-13) scrive:</p>
<blockquote><p> Ranganathan pervenne a identificare cinque categorie fondamentali, altamente generali e astratte, che denominò:<br />
personalità, materia o proprietà, energia, spazio, tempo. (&#8230;) I successivi studi del Classification research group (&#8230;) portarono ad una riformulazione delle categorie fondamentali in una lista più articolata e con termini parzialmente modificati: oggetti, specie o tipi, parti, materiali, proprietà, processi, operazioni, agenti, spazio, tempo.</p></blockquote>
<p>All&#8217;interno dello schema PMEST, la categoria più affine al tempo è l&#8217;energia, poi dettagliata, appunto, in processi e operazioni. Per il resto, si tratta di categorie prevalentemente spaziali, che non danno il senso del divenire. Ma anche le categorie &#8220;temporali&#8221; (l&#8217;energia e il tempo stesso) sono piuttosto spazializzate. Questo è un filone interessante della nostra cultura: il tempo può essere rappresentato nello spazio, ma la percezione occidentale (scusate la banalità dell&#8217;aggettivo) è articolata sullo spazio, il tempo entra come variabile che definisce una successione di stati (&#8221;stati&#8221; appunto, non &#8220;fluenti&#8221; o &#8220;scorrenti&#8221;).</p>
<p>Di conseguenza, nello schema PMEST, il tempo è il tempo statico, uno snapshot. Così, mi pare, nella maggior parte dei sistemi di soggettazione e di classificazione e nei tesauri in uso presso le biblioteche ed i database bibliografici. Il tempo è al massimo una proprietà dello spazio.</p>
<p>Eppure, potrebbe essere il contrario. Potremmo partire dal tempo, per descrivere e visualizzare le proprietà dello spazio. O spazio e tempo potrebbero essere due aspetti di un&#8217;unica interpretazione dell&#8217;universo, come nella <a href="http://it.wikipedia.org/wiki/Relativit%C3%A0">teoria della relatività </a>di Einstein. Oppure, più semplicemente, si può pensare alle varie teorie e modelli relativi al &#8220;temporal tagging&#8221;, all&#8217;estrazione di pattern temporali dall&#8217;analisi del linguaggio naturale tramite il Natural Language Processing, alla generazione automatizzata di timelines a partire da resoconti di eventi storici. Oppure, e forse qui abbiamo l&#8217;esempio più interessante, di un&#8217;analisi essenzialmente temporale e processuale dell&#8217;evoluzione dei concetti.</p>
<p>Pensiamo ad un database di letteratura scientifica. Oggi possiamo analizzare separatamente le due dimensioni, spazio e tempo: cercare tutti gli articoli che sono &#8220;accomunati&#8221; dalla stessa voce di tesauro, e poi filtrare per un intervallo di tempo. Ma non riusciamo ad analizzare - e quindi a sintetizzare - la dinamica della generazione delle idee. Certo, abbiamo la possibilità di usare un&#8217;analisi citazionale. Ma ci sono due problemi:</p>
<ol>
<li>Spesso il valore aggiunto dell&#8217;informazione &#8220;x cita y&#8221; è piuttosto scarso. Una citazione può aggiungere poco al pensiero originale.</li>
<li>Al contrario, y può basarsi su x senza citarlo esplicitamente.</li>
</ol>
<p>In altre parole, la dinamica della generazione delle idee può essere mostrata con un&#8217;operazione semantica, di analisi genealogica dei concetti e delle idee. Genealogia multidimensionale, peraltro, che non può limitarsi a stabilire un solo &#8220;lineage&#8221; (concetto di Van De Sompel e Lagoze), ma molti e intricati percorsi. Inoltre, questo tipo di analisi genealogica dovrebbe supportare il conflitto delle interpretazioni rispetto alla genesi dei concetti gli uni dagli altri. Diversi piani temporali, con intersezioni ed overlaps possibili, potrebbero consentire di visualizzare le relazioni tra le teorie, le loro dipendenze reciproche ed insospettate. Ma la cosa più interessante è che queste dimensioni potrebbero essere riesplorate e ridefinite ogni volta partendo da un diverso input. Prendiamo un articolo: usiamo i metadati semantici assegnati: partiamo da ognuno di essi per esplorare le relazioni di quell&#8217;articolo con altri a partire da un suo particolare aspetto (disposto sull&#8217;asse PMEST semplice o modificato): ogni volta si genererà un reticolo potenzialmente inesauribile di relazioni.  Complicabili ad libitum con sistemi di ranking, di gestione della reputazione, ecc. Ad es. l&#8217;articolo x potrebbe essere un precursore per l&#8217;argomento a, ma un banale e non originale epigono per gli argomenti b e c. Si potrebbero scoprire presupposti nascosti e bias latenti nelle teorie più diffuse, avendo il tempo e la pazienza di esplorare reticoli (compito comunque ben più appagante che non scavare tra le citazioni).</p>
<p>Per fare tutto questo, però, la dimensione del tempo è fondamentale. Leggiamo ad es. in un ottimo articolo introduttivo di <a href="http://portal.acm.org/citation.cfm?id=1017069&amp;coll=ACM&amp;dl=ACM&amp;CFID=43826025&amp;CFTOKEN=84431925">I. Mani et al. (2004)</a> a proposito di ontologie temporali:</p>
<blockquote><p>Ontologies of time form a basic ingredient in representations for temporal reasoning.<br />
Both instant-based and interval-based representations have been used, sometimes in combination. Intervals are attractive because our linguistic and commonsense notions of events have durations, although these durations might sometimes be very short. Instants are attractive because our logics have traditionally conceived of the truth of a proposition as evaluated at an instant; they are also needed for modeling events involving continuouschange [Galton 1990]. However, identifying the truth value of a proposition in terms of the beginning and end of an event is also problematic. Depending on the representation and the choice of primitive (intervals or instants, or both), a variety of different temporalrelations between times can be defined; for more comparison of interval and instant based ontologies (see van Bentham [1983] and Vila [1994]).<br />
Allen’s [1984] well-known interval-based approach (see also Allen and Kautz [1985] and Allen and Ferguson [1997]) defines 13 mutually-exclusive temporal relations among intervals: before and after, overlaps and overlapped-by, starts and started-by, finishes and finished-by, during and contains, meets and met-by, and equal.</p></blockquote>
<p>Pensate a un web 2.0 in cui la semantica consenta di gestire relazioni temporali oltre che spaziali, ma le une non separatemente dalle altre. Superate lo stupore, e pensate a che cosa vuol dire.</p>
<p>Poter vedere il tempo, e sentire scorrere lo spazio, vedere i namespaces comunicare tra loro ma anche generarsi e dissolversi. Creare parole che sono self-aware del modo in cui sono state usate altrove. Come si può pensare, questo: quanto può essere inquietante, anche. Ma in fondo, non più di un viaggio. Della sensazione, appunto, che stai vedendo un luogo nello scorrere di un tempo (vedere un luogo nello scorrere del senso delle parole, che cambiano) - in una notte, magari, dal finestrino, o nel sorgere del sole che ti presenta un paesaggio come sequenza di stati, che evolvono, infinitamente, gli uni negli altri a ogni minimo cambiamento di valore della variabile &#8220;luce&#8221;, o &#8220;temperatura&#8221;, o &#8220;vento&#8221;.  Istanti e intervalli, appunto. Fisica e filosofia. Matematica e musica. Tagging e poesia. O - direbbe Yeats - danzatore, e danza.</p>
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