In the aftermath

By Paolo Gardois

It’s easy to dismiss the ‘what’s it all about’ crowd.
There is no doubt. it’s this, here, now.
And you close your eyes.
He’s not coming back.
So you work it out, overfeed the cat.
And the plants are dry and they need to drink.
So you do your best. and you flood the sink.
Sit down in the kitchen and cry.

Now you’ve worked it out
And you see it all
And you’ve worked it out
And you see it all
And you want to shout
How you see it all

Now the universe left you for a runners lap.
It feels like home when it comes crashing back.
And it makes you laugh
And it makes you cry,
When London falls
And you’re still alive.
The radio stutters,
It makes you laugh
And the aftermath,
Open up your eyes.
You’re so alive.

Now you’ve worked it out
And you see it all
And you’ve worked it out
And you see it all
And you want to shout
How you see it all
How you’ve worked it out
And you see it all
How you’ve worked it out
And you see it all

Le citazioni lunghe non sono troppo usuali in questo blog, ma stasera facciamo un commento. Un’esegesi testuale. Da leggere rigorosamente ascoltando i R.E.M. Proprio così, qui su YouTube, lo-fi. Meglio se con qualche sgasata di moto e urlo di sottofondo di San Salvario. O Brema. O Melbourne.

Cominciamo. Questa canzone parla della conoscenza. Solo che lo fa ad un livello micro- , ad un livello molecolare. Immaginiamo di assegnare un significato ad un termine. Di renderci conto in un attimo che qualcosa esiste e di capire che cos’è. In questa canzone vediamo che *non* sono operazioni lineari. Per alcuni motivi, che ovviamente non si possono elencare linearmente.

Prima mossa: "It's easy to dismiss the 'what's it all about' crowd"

Ti chiedi perché – in fondo, forse in modo non cosciente. Perché – semplicemente – il mondo funziona in un certo modo? Ovvio che qui non stiamo parlando di ontologie in quell’altro senso (quei tipi, Parmenide, Aristotele, eccetera). Qui stiamo solo parlando di un intervallo brevissimo, di microsecondi, tra quando è “prima” e dal prima si passa a “durante”, e nel passaggio da “prima” a “durante” si accende una comprensione, un’assegnazione di significato. Prima non avevo preso in mano quella pietra, non avevo alzato lo sguardo per dire “tour eiffel”, non avevo detto, di quella pagina letta, “mi ricorda la Namibia”. Poi invece ho fatto, visto, detto queste cose. Nel passaggio, c’è un’operazione semantica: conosco – o ri-conosco, e dico, nomino. Assegno un significato a dei dati che altrimenti rimarrebbero lì, per me (ma non solo) irriconoscibili, distesa immensa di elementi senza un pattern.

Ed allora ricominciamo: “è facile trascurare, quella massa di ‘che senso ha’ “. In effetti mettiamo il mondo tra parentesi – altrimenti è ovvio, non si potrebbe agire.

Ma un secondo dopo quella messa tra parentesi, la selva di significati ritorna. Abbastanza dura: questo, qui, ora. E con lei le emozioni – ad es., la certezza che lui non tornerà. Quindi: il mondo esterno è tra parentesi in quell’attimo, in cui nominiamo un significato, ma i riflessi che ha lasciato in noi durano, e si amplificano e si complicano in una serie di feedback interiori.

Seconda mossa: overfeed the cat, flood the sink

La conoscenza codificata potrà essere seria, noiosa, ma l’atto di conoscere è ridicolo e ironico – e spesso doloroso. Dai feedback interni ritorniamo al mondo esterno, ma non siamo davvero noi. Stiamo cercando di renderci conto di quello che succede – stiamo facendo i conti con una nuova dimensione, qualcosa che prima non c’era, e dobbiamo appunto dargli un significato. “So you work it out”: in qualche modo lo fai, fa schifo, fa ridere, è un disastro, fai del tuo meglio, devi bagnare le piante e allaghi il lavandino. Fai un casino. Ma in qualche modo lo fai – e vuoi gridarlo, in che modo tu “vedi” tutto questo, compreso magari il fatto che piangeresti in cucina, come un idiota.

Terza mossa: the universe (...) comes crashing back

In fondo puoi anche credere di essere tu ad assegnare un significato al mondo, ma tutto quello che hai fatto è pensare un po’, pasticciare con le attribuzioni, e alla fine, però, non sei tu a dare un nome alle cose, sono loro che tornano facendo un bel crash, fine della fantasia (di solito, appunto, non siamo noi a decidere quando finisce un sogno – vero o ad occhi aperti).

Viene da ridere e piangere, Londra è crollata, e tu sei vivo, e quest’ultima, è la prima cosa che senti, tornando a riaprire gli occhi. Insieme al fatto che, dopo aver assegnato quel significato, torni nel mondo, la parentesi si riapre, e ti senti a casa. Ma che cosa è successo nel frattempo? C’erano dati sparsi, insignificanti. E in fondo non sappiamo dire come, ma li abbiamo messi insieme. Forse perché ne avevamo bisogno – di vivere, in qualche modo, di veder qualcosa funzionare – ma appunto la vita biologica non è un processo lineare. E ancor di meno i processi semantici. Abbiamo uno schema del genere:

1. sé –> (dati) | feedback interiori <– emozioni

2. sé <–> processi emozionali/razionali (work-out) di aggregazione dei dati (<– 1)

3. sé –> realtà che torna –> emozione

Ovviamente il processo è circolare.

Sfido chiunque a dire, quando si trova coinvolto in un processo di conoscenza, qual è il prima e il dopo – quando le cose “stanno succedendo”, intendo. Per questo è un processo aperto, e non completamente consapevole. E inoltre, come dice il grande neurobiologo Antonio Damásio, questa non consapevolezza non significa inefficacia: la maggior parte dei processi biologici e cognitivi che ci mantengono vivi sia biologicamente sia socialmente hanno una forte base “automatica” o “stereotipata” – cioè sono robusti, stabili ed evolutivamente vincenti.

Nel processo cognitivo, quindi, per come lo viviamo a livello molecolare, entrano le nostre esperienze precedenti, il nostro desiderio di sapere/potere, le nostre emozioni. Entra l’ironia, che forse è il vero motore. Ci muoviamo come su una corrente che abbiamo deciso solo in minima parte – eppure, in questa corrente, ci sentiamo noi stessi come in rare altre occasioni. E’ per questo che – in determinate zone del nostro cervello – si accendono neuroni e vengono attivati recettori relativi al piacere ed al dolore.

Come in questo momento. in un certo modo, ho finito di raccontare una cosa. Una cosa che forse davvero ci voleva il web 2.0 per dire – con youtube e i blog, o meglio per visualizzare. Ci sono zone del mio cervello che si accendono per alcuni istanti, il battito cardiaco è percettibile, anche se non accelerato.

Alcune note:

a. Il termine “aftermath” indica originariamente “a new growth of grass following one or more mowings, which may be grazed, mowed, or plowed under” (Dictionary.com) e lo trovo molto più interessante del comune significato correlato alle conseguenze di eventi più o meno disastrosi.

b. durante la scrittura di questo post ho ascoltato diverse volte la canzone Aftermath, ho cercato in diversi posti, perdendomi, il significato della  parola aftermath, in un caso scrivendola anche “aftermatch” e trovando informazioni sulla visione del sesso da parte della squadra neozelandese di rugby, ho ascoltato tre diverse versioni di “E-bow the letter“, sempre dei R.E.M. (tra cui due dal vivo davvero splendide). Tutto questo ha influenzato il contenuto di questo pezzo, a livello molecolare, in un modo che non saprei descrivere, ma sicuramente decisivo.

Una Risposta a “In the aftermath”

  1. giusvaxtreme Dice:

    wow grandissime considerazioni!

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