Penso ad una frase di Walter Scott: “Oh what a tangled web we weave / when first we practice to deceive“. Ricordo la sera in cui Eugenio Gatto l’ha citata, in una stagione indefinita, ma di mezzo – poteva essere autunno o primavera: si passeggiava per Vanchiglia e vedevamo lo scheletro del gasometro, poco lontano, nella foschia costante di Torino. La sua geometria modesta e cristallina, le simmetrie perfette e nitide del cilindro – niente di più lontano da quella ragnatela intricata, di quel verso. Ed anche Eugenio diceva questa frase e parlava del web: in effetti, quanto di più contorto e dinamico esista. Eppure l’associazione di questi tre pensieri – scott, internet, il gasometro – non riesco ad evitare di pensarla.
Viviamo immersi nelle reti. Ormai questa è una banalità. Ma che significa pensare l’immersione nelle reti, rispetto al trattare, gestire, mediare l’informazione? Torno da una giornata qualunque. Ho preso un autobus, ho incrociato migliaia di persone e miliardi di traiettorie. Ho parlato con decine di persone, altre non le ho incontrate, altre le ho cercate. Ho inter-agito con altre persone. Siamo stati per alcuni istanti compresenti nello stesso spazio. Ogni istante, appunto, ancora, è uno snapshot, un’istantanea della rete. Della sua forma, in un dato momento.
Quindi, una rete è per prima cosa una configurazione di punti e legami che li collegano. Ma le reti sono anche una compresenza dinamica di stati, anzi di azioni. Le configurazioni possibili sono infinite.
Il problema è come vediamo una rete. La teoria dei grafi ci dice qualcosa sulle reti. Però il problema è come dobbiamo/possiamo guardarle. O come vedere il mondo in quanto rete. L’informazione non ha significato, è piuttosto un generarsi dinamico di significati, un caleidoscopio in cui le unità base dell’informazione (le parole?) si concatenano in configurazioni variabili. Sicuramente, per analogia, la teoria dell’informazione è spiegata meglio dalle dinamiche cellulari in biologia, o dalla teoria delle catastrofi, per esempio, che non dalla teoria dei grafi. E quindi dalla ragnatela piuttosto che dal gasometro.
Però.
Ci sono due modi di vedere una rete: guardare un paesaggio petrarchesco da una montagna, oppure aggirarsi in un formicaio. Potremmo chiamarla pre- e post-coordinazione, non cambierebbe molto (come abbiamo già detto). Non è questione di ciò che preferiamo. Lo spazio topologico: uno spazio che si definisce per le sue possibilità di mostrare connessioni. Questo spazio ingloba il gasometro nel formicaio, o viceversa. E’ lo spazio di oggi: gli snapshot gelidi e la corsa del topo, al limite. Non è l’assenza di regole, ma l’idea di domini, in cui le regole valgono all’interno di insiemi di definizioni, che peraltro possono cambiare, ridefinendo a cascata i contenuti, e le distanze. Ovvio, in questo mondo le biblioteche si estinguono
. Non lo sguardo, però. Quale? Proviamo a leggere questo – lo scontato Tao Te Ching nel suo celebre passo che descrive la stupidità del saggio di fronte al brillante insight dell’uomo comune:
Siano pure illuminate le persone comuni, solo io sono nell’oscurità! Siano pure chiaroveggenti le persone comuni, solo io sono miope! Dò fioco chiarore come la luna nell’ultima fase! Mi aggiro come se non avessi dove stare!
Proviamo a pensare a questa descrizione come ad una camminata nel mondo dell’informazione, o dello spazio topologico. L’assenza di luogo dove stare, la deformabilità infinita dello spazio, o anche del significato. E poi la luce, di luna da ultimo quarto. Tutt’altro da quella abbagliante dell’intuizione, della scoperta improvvisa. Piuttosto una luce che fa intuire i lineamenti degli oggetti, come quando si ascolta una canzone conosciuta a volume bassissimo, e la struttura e la melodia sembrano rivelare connessioni e strutture nuove. La luce di una sera in cui vediamo il telaio di un gasometro, in lontananza nella foschia, come una ragnatela?