Guarda a lungo, e con fatica. Poi scatta

By Paolo Gardois

The fotographer carefully selects from reality and attempts to create elements which are universal. It is a part of the technique of photography that the photographer has to look at chosen subject matter long and hard to see what else chosen subjects may be and what else they may become as a photograph.

Colin Dixon

Si scrive quando si ha voglia, in effetti: excusatio non petita, d’accordo. Ma c’è una regola non scritta – appunto: non scrivere quando non si sente la voglia di dire qualcosa. Stasera ho ripreso in mano un libro di fotografie di Colin Dixon (vedete queste, oppure ad es. il catalogo della mostra “Light and time”, dove c’è una curiosa ed emozionante “The apple store”).

A volte capisci delle cose leggendo parole a caso. Rivedendo i paesaggi biancoenero inglesi, e insieme ascoltando Nick Drake. L’ultima volta avevo raccontato dei farmaci per la mente. Pensavo alla lentezza, alla performance della lentezza. Dell’ironia. E ho letto queste parole, ora, sul guardare “a lungo e con fatica” – e per che cosa: per vedere “che altro” possono essere quei soggetti studiati a lungo. Mi torna in mente la vecchia storia del saggio zen che lavora un bastone in legno per 70 anni. La perfezione dell’opera. E in fondo penso che nel mondo 2.0 è invece il prototipo che torna di moda. Certo, il prototipo non è il masterpiece, il capolavoro. Ma nel 2.0 sì, forse. Lo sketch. Perché tutto parla di tutto (linka tutto, dappertutto arrivo dappertutto), ma per vedere un oggetto che parla dell’altro da sé devo guardarlo a lungo e con fatica. E può essere un oggetto quotidiano. Può essere una bozza che traggo dal mondo, che al mondo assomiglia, ma per farla funzionare devo lasciarla sufficientemente indeterminata, perché possa essere anche di qualcun altro, e non solo mia. Devo guidare con ironia chi poi userà con passione.

“Devo capire il suo significato di un oggetto”, avremmo detto una volta, magari quando si studiava filosofia. Ora invece piuttosto direi: devo vedere in modo nuovo. Pensate al fotografo che studia le condizioni di luce. Aspetta l’attimo, e poi forse sorride pensando che quell’attimo di ispirazione e insieme di luce e di ombra, non è poi così diverso da quello prima. Respira, e sente l’ironia di quell’istante, quell’ “e ora che sono arrivato fin qui, però…”.

E scatta. E in quel momento, conscio ed inconsapevole insieme, scatta qualcosa di ancora non pensato, non perfetto, certo, ma un prototipo. Il fotografo, certo. Oppure chiunque altro. Avete mai creato qualcosa? Certo. Oggi dobbiamo produrre performance. Lavoriamo in ambienti competitivi. Poco importa se si compete sul nulla. Bisogna produrre prestazioni. Cashflow, idee, velocemente. Eppure l’idea arriva quando non ci pensi. E’ sempre così. Competere crea le condizioni, si dice. Ma forse fregarsene delle pressioni crea condizioni migliori. Filosofia orientale, discretamente inutile. No doubt.

Ma forse il 2.0 ci aiuta. A capire che l’opera perfetta non esiste. Che nessun software, neppure il più geniale, dura uguale a se stesso per più di un flusso di secondi. Anche se può produrre profitti per anni, certo. Ma se guardiamo alla semantica dell’oggetto, non esistono discontinuità, tra il prima, e poi la creazione, e poi il dopo, la fruizione.

Abbiamo imparato che gli oggetti e le azioni sociali sono continuamente rinegoziate, a livello semantico, che i contesti non possono essere mai previsti. Ma a volte si prova. E quella cosa funziona: un servizio, un articolo, un progetto. Funziona perchè va al di là di se stesso, e trova un consenso di qualcun altro che vuole provare, che ci mette del suo; perchè è un prototipo, trova un posto in una costellazione di significati. Pochi o tanti. Risveglia associazioni, ti fa venir voglia di provare come funziona. Di fare qualcosa che non avevi previsto. Questa è la ricetta. La croce. O il sorriso. Noi cataloghiamo la ricerca fatta. I metadati sono foto di istantanee. Accompagnamo chi fa ricerca, a volte sì, abbiamo visto quel sorriso, in quella ricerca sugli antigeni o chissà quali altre cose incomprensibili. L’abbiamo visto aiutando un utente a trovare un libro, discutendo su com’è fatta una bibliografia. Ma forse si dovrebbe pensare più a fondo il nostro mestiere. Oltre il catalogare cataloghi. Oltre il seguire procedure. Oltre i protocolli. Verso qualcosa di più leggero. Da regalare. E poi vedere come cresce. Qualcosa di leggero, e aperto. Un formato, un’idea poco ortodossi. Open, ma senza darsi troppo l’aria di esserlo. Quello che non si riesce a fare, o che ci riesce solo il momento dopo che abbiamo rinunciato. Forse avete voi dei nomi da dargli. Io no, non ora. Al massimo un sorriso.

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