Ricordate quella vecchia canzone degli Stones – Mother’s little helper?
Bene, è tornata di moda. Leggete questo articolo di Sahakian e Morein-Zamir, Professor’s Little Helper. Ma prima di iniziare riflettete un attimo. Siete in cucina, sono le 11 e 30 di sera e siete sfatti di stanchezza. Però: non e’ il momento, per qualche motivo. Quel report da finire. Quella mail da mandare per chiarire all’umanita’ la vostra posizione, sublime. Pensate ad un caffè. Buona, questa. No. Non più. Perché il vostro nemico, il vostro collega, il vostro subordinato, collaboratore, capo, nello stesso momento, in una cucina un po’ più o meno lussuosa, sta affrontando lo stesso problema, nello stesso momento. E quale? Tritare, filtrare, rielaborare, riusare informazione. Produrne altra, adattata ad un target. Leggere il meno possibile capendo il più possibile e producendo il meno possibile, ma che siano parole che restano in mente, tra i miliardi che si leggono tutti i giorni. Vi ricorda qualcosa questo? Certo. L’information literacy. Le skills, le competenze informative, l’architettura dell’informazione, l’accesso aperto, la rielaborazione creativa del sapere. Già. Ma il professore, per una volta, o per molte, non pensa ad un little helper umano. Magari un bibliotecario volenteroso. O semmai il bibliotecario, o le competenze informative, sono già state utilizzate, magari da qualcun altro più in basso nella catena alimentare, beh, sì, volevo dire catena del valore. Adesso i prodotti sono lì, ma bisogna produrre. Per un esame. Per un concorso. Per l’articolo più significativo della storia dell’umanità. Bene – ora potete leggere.
Esiste una categoria di farmaci definita “cognitive enhancers”: hanno effetti da moderati a medi nel migliorare l’attenzione, la concentrazione, la scelta delle parole, la capacità decisionale; nel ridurre il bisogno di sonno. In generale, aumentano la performance cognitiva. Cioè, appunto, la capacità di identificare rapidamente l’informazione rilevante, di ricordare quanto si è già letto ed assimilato, di produrre informazione in modo chiaro e preciso, scegliendo la strategia comunicativa giusta.
Ovvio: non trasformano un asino in un genio; non possono fornire un retroterra di competenza specialistica a chi ne è privo; non donano senso estetico o finezza a chi li ignora. Però conferiscono un indubbio vantaggio a chi li usa rispetto a chi non li usa. E soprattutto, a livello sociale, il loro uso è in rapido aumento tra certe categorie, tra cui studenti e professori nelle università, ad esempio. E soprattutto, spiegano le due autrici, il loro uso si inserisce in un quadro sociale in cui già si assumono farmaci per migliorare l’aspetto fisico e incrementare le prestazioni sessuali; o – aggiungo – si utilizzano sostanze con valenze “sociali”, per migliorare le prestazioni, come dire, conviviali; o infine per migliorare le prestazioni sportive. In tutti questi casi si assumono sostanze (spesso con effetti di tipo “placebo”, indubbiamente) non per “trattare” (treat) ma per “migliorare” (enhance). E questo uso sociale assomiglia molto a quello di certi strumenti di rete, nati per assolvere ad un compito preciso, ma poi riadattati per finalità completamente diverse, in fondo.
Fin qui l’articolo, che tra l’altro ha sollevato un interessante dibattito nel forum collegato.
Perché ne parliamo qui, però? Prima di tutto, perché sono il primo, lo so, ad aver trovato un ulteriore temibile concorrente per la nostra professione. Vedo già il prossimo trial, pubblicato sul Journal of Amphetaminic Librarianship: Use of assistant librarians vs. methylphenidate in improving academic outputs of university researchers.
Poi perché il parallelo – e anche l’interazione – tra tecnologie abilitanti, competenze cognitive e cognitive enhancers è affascinante, pericoloso, efficace, insomma ha tutte le caratteristiche per suscitare un dibattito.
E infatti: pensate a quanto c’è di naturale, anche lasciando perdere il Ritalin, in una rete di lavoratori cognitivi always-online, che rielaborano costantemente informazione prodotta tramite reti digitali, vivendo in dimensioni diverse da quella fisica, ingoiando caffè e softdrinks (ah i bei tempi in cui, quando un programma ci metteva un sacco a elaborare informazione, dicevamo che per passare il tempo servivano “canne e caffé”…). Che cos’è, per tornare ai temi di questo blog, che cos’è lo spazio, e il tempo, e le relazioni, per queste persone? E torniamo all’idea gibsoniana che il ciberspazio è un’allucinazione consensuale…
Infine, perché ho / abbiamo parlato a lungo su questo blog di spazi e costrutti culturali, di costruzionismo, e di come l’aspetto sociale della fruizione dell’informazione condizioni il mestiere del bibliotecario e le competenze informative e la stessa organizzazione e produzione della conoscenza.
Però adesso leggo questa cosa, e rifletto in tutt’altro modo. Che cosa c’è dietro/dentro al crescere di un profilo, di un contesto sociale sempre più controllato in base a dinamiche stimolo-risposta, per quanto sfumate e fuzzy le si voglia considerare? Anche lasciando perdere gli effetti collaterali di questi farmaci, che cosa significa ormai “performance cognitiva”, quella stessa performance che i professionisti dell’informazione si sforzano in ogni modo di migliorare nei loro utenti? Che cosa significa l’adagio che spesso abbiamo usato in anni passati con i colleghi biomedici “la buona informazione è la miglior medicina” – ironico, anche un po’ crudele? Forse dovremmo fermarci, invece, e soprattutto in certi campi ridurre le prestazioni? Guardare un attimo, in un silenzio immobile, quello che sta succedendo? Ascoltare, sobriamente, il rumore della realtà e provare a capire, senza rete, unplugged, qualche volta almeno, senza prestazioni? Ovvio che non parlo di individui, per un individuo è facile. Parlo di gruppi interi, di network. Ma forse non è possibile.
Certo, però quest’ultima frase non mi è riuscita bene. Devo lasciarvi un attimo. Vado a ingoiare un Modafinil, sì, quello che ho comprato online, che ho nascosto nella scatolina dell’ibuprofene. Perché, c’è qualcosa di male?
15 Gennaio, 2008 alle 13:08 |
L’articolo di Nature non l’ho ancora letto però, spinta da una “morbosa” curiosità bibliotecaria, l’ho cercato in Pubmed…guardate i “related articles”…scherzi degli algoritmi…
http://www.ncbi.nlm.nih.gov/sites/entrez?orig_db=PubMed&db=pubmed&cmd=Search&term=Nature%5BJour%5D%20AND%20450%5Bvolume%5D%20AND%201157%5Bpage%5D%20AND%202007%5Bpdat%5D
27 Gennaio, 2008 alle 14:35 |
Visto che l’amministrazione pubblica pretende oggi il triplo dei risultati con la metà delle risorse umane di un tempo, propongo di inserire sostanze di questo tipo nella contrattazione nazionale
8 Marzo, 2008 alle 13:52 |
[...] alla volgarità, al cinismo”. Potrei fermarmi qui, senonché leggo solo oggi un post di Paolo vecchio di due mesi. Il doping farmacologico non è una novità. Quando dovevo fare la maturità [...]
24 Agosto, 2008 alle 11:06 |
Bisogna che il genere umano prenda coscienza di cio` che è .
Smettere di immaginare ciò che vorrebbe essere. Osservare la realtà,
fermarsi per guardarsi intorno. Guarire se stesso dall`arrivismo ed operare
in modo lento e attento per i veri bisogni dell`umanità.
Non dimentichiamo che il traguardo del genio, non è la grandezza, ma
la semplicità. ” La buona informazione è la miglior medicina ” ma non può
mai esserlo se non è comprensibile a tutti. Un farmaco non ci trasforma
in esseri intelligenti, ma stimola l`intelligenza che è in noi nascosta a venir
fuori. Chi crede veramente avrà, con questa formula si realizza il miracolo.
Quindi non basta il doping farmacologico.