Open Access all’Università di Torino: esperienze e modelli di comunicazione scientifica. Sessione del mattino

By Paolo Gardois

Liveblogging again.

Il piacere di seguire e raccontare un evento. Aula magna di Unito. Oltre 130 persone. Sono appollaiato in alto a sinistra e vedo tutta la sala. Mi distraggo come al solito al gioco del chic’èchinonc’èenonc’èancoraeforsearriva. Non tanto da non sentire il Rettore che rimarca l’importanza dello SBA e della gestione della conoscenza in un Ateneo degli anni duemila, e il Direttore Amministrativo parlare della rilevanza dell’accesso aperto per gestire correttamente la spesa pubblica negli atenei ed evitare di vendere la conoscenza a pezzetti. Le logiche di mercato, continua il DirAmm, producono logiche di monopolio e non sono un modello di business accettabile: occorre equilibrare difesa del copyright e difesa dei beni comuni. Inoltre, l’OA è anche un elemento di un modello di razionalizzazione e omogeneizzazione culturale e organizzativa. Le biblioteche sono centrali per sviluppi scientifici interdisciplinari, e devono avere un ruolo nella ricerca e anche di ricerca.

Il delegato del rettore per le biblioteche, rimarca l’importanza di un ruolo propositivo dei bibliotecari nella gestione dei cambiamenti relativi alla produzione e comunicazione scientifica.

Franco Bungaro, responsabile dello Staff Sviluppo Collezioni e Metadati dell’Università di Torino, affronta il tema dell’enorme aumento del costo dei periodici scientifici. Il report del Library Journal, Serial Wars (2007), evidenzia un aumento del 300% del costo dei periodici nell’ultimo trentennio, al netto dell’inflazione! Da dove origina questa dinamica? Secondo Guedon, dall’ombra lunga di Oldenburg, inventore dei periodici scientifici. Dagli anni ’30 in poi nasce il concetto di core journals, anche grazie al Science Citation Index. L’impact factor è attribuito di fatto ai periodici, aumentando in tal modo l’inelasticità del mercato, data dalla concentrazione della maggior parte del valore aggiunto in (relativamente) poche testate.

Uno strumento per abbattere i costi sembrava quella dei consorzi, che però non hanno funzionato per questo, come sottolinea anche Bergstrom, nella parabola degli anarchici.

Entro questa logica, si può solo difendersi, diminuendo il valore complessivo delle collezioni acquistate. Occorre quindi rivolgersi all’Open Access, che tra l’altro è anche il modello e l’obiettivo per cui Internet è nata. L’OA, tra l’altro, funziona più di quanto si pensi. In DOAJ ci sono ca. 3000 riviste, e gli archivi istituzionali stanno crescendo. Questo genera conflitti con l’editoria tradizionale, e l’elemento tecnologico non gioca più a favore degli editori.

Mentre litigo con la connessione wireless, Stefano Bianco, dell’INFN ci parla del modello SCOAP. La comunità dei fisici è relativamente piccola (20.000 scienziati) e strettamente interconnessa. In questa comunità la peer review è essenziale per la certificazione. In particolare nella fisica delle alte energie si hanno 6 riviste in tutto, di 4 editori, uno scenario ideale per un’iniziativa come Scoap, che abbiamo già commentato al Berlin 5. In SCOAP, reinstradare i fondi di abbonamento favoriranno una competizione tra editori e quindi un miglioramento dell’offerta. SCOAP sarà una miscela di membership istituzionale e di sponsorship. Il 45% delle comunità (o meglio delle agencies istituzionali) hanno già accettato di fare un pledge (un pagherò), soprattutto in area tedesca ed europea in genere. In fondo si tratta di un modello institutions pay, ma l’elemento di novità è nel fare una gara, e nel fatto che tutti i Paesi devono partecipare. Ci si aspetta una riduzione complessiva dei costi e la disponibilità open access dei lavori pubblicati. Interessante lo scorporo delle riviste disponibili in SCOAP dai pacchetti (così le istituzioni non pagheranno 2 volte). Il CERN pubblica l’80% degli articoli su queste riviste, quindi ha un potere notevole nei confronti degli editori.

Secondo De Martin (Presidente del SBA del Politecnico di Torino), nel mondo cartaceo l’Università generava conoscenza e ne fruiva utilizzando un unico canale, gli editori commerciali. Il digitale genera una spinta verso la multimedialità, e inoltre i prodotti utili sono generati da milioni di produttori, non più poche centinaia. La produzione di informazione si orizzontalizza, così anche la produzione, e soprattutto il riuso. Occorre disaccoppiare pubblicazione (open) e peer review: prima la pubblicazione, e poi, come servizio “overlay”, la peer review. Cambia comunque la comunicazione scientifica, con i blog scientifici e anche con Facebook. Di conseguenza:

  • le biblioteche universitarie devono e possono concentrarsi sul selezionare, rendere accessibili e tramandare i contenuti;
  • l’università comunica in maniera più trasparente, ad es. attraverso i materiali didattici; e i docenti possono essere maggiormente conosciuti tramite le loro competenze specifiche.

Giulio Lughi, dell’Università di Torino, ragiona sull’ipotesi di un sistema di archiviazione integrato per i prodotti multimediali. Il multimedia era fortemente legato a grandi aggregati industriali, fino ad anni recenti, e questo aspetto era collegato ad una certa passività dello spettatore. Il digitale genera una cultura visuale, e dà anche la possibilità di segmentare, modulare e rendere più granulari i testi. Interessante il punto di vista di un esperto umanista nel collegare gli ipertesti alla programmazione orientata agli oggetti, alla logica dei database: reticolarità, estrazione in tempo reale con query, ecc. cambiano la natura del testo. Esiste un substrato testuale stabile da cui noi traiamo la nostra esperienza del testo: da Saussure (paradigma vs sintagma) all’inconscio di Freud, alla semiotica di Propp, alle strutture profonde di Chomsky, molta della cultura epistemologica del novecento si basa su questo assunto (e aggiungerei lo strutturalismo).

Questa modularità è penetrata in profondità nel testo, pensiamo a XML e ai metadati, ma anche agli oggetti multimediali. Solo se ho oggetti codificati in modo sistematico posso farli funzionare in una rete o in un sistema complessivo.

CSI e Regione Piemonte stanno ragionando sulla interoperabilità dei dati e la condivisione dei metadati, in un’ottica di integrazione, con apertura ai cittadini, tra Università e Pubblica Amministrazione.

Dopo il coffee break, la tavola rotonda.

Vittorio Valli parla di una rivista OA di ambito economico, che costa 2000 $ all’anno, grazie al lavoro volontario di editors e referees. Importantissimo avere tempi di pubblicazione il più possibile rapidi.

Sergio Margarita (direttore LIASES – UNITO). Il liases lavora su software Open Source e di Open Content: riusabilità, basata sul modello SCORM. Margarita rileva il fatto che i docenti presenti in sala sono un’esigua minoranza. Per lo sviluppo dell’OA ci vogliono:

  • un preciso modello di business, o sostenibilità: l’OA ha un modello difficile da sostenere. L’OA è un movimento antisistema, in quanto va contro gli interessi di molti stakeholders; questo va rovesciato in un modello win-win, come ad es. SCOAP;
  • un aspetto culturale: intervenire in modo incisivo sulla resistenza di docenti e ricercatori a diffondere ad accesso aperto i propri contenuti.

Luca Tamagnone, ricercatore biomedico, sottolinea l’importanza dell’Impact Factor nella scelta delle riviste su cui pubblicare. Importante il lavoro culturale per far conoscere l’OA ai ricercatori. LT è favorevole al modello authors pay, purché modifichi significativamente lo stato di cose.

M. Barbera, parla dei corpora, oggetti ibridi tra software e testi. L’esperimento condotto in materia ad UNITO si è basata sull’idea di copyleft e ha utilizzato licenze Creative Commons – share alike, che a suo parere costituiscono un buon compromesso tra tutela del diritto del singolo e diffusione della cultura come bene comune.

A. Piga esprime il punto di vista del reviewer, lavoro svolto gratuitamente e sempre più richiesto da un sempre maggior numero di riviste. Una variabile fondamentale per il reviewer è la variabilità: non solo si lavora gratis, ma x le riviste con IF più elevato si deve rispondere rapidissimamente alla proposta di review (elevata competizione tra reviewers). Perché? Fare il reviewer dà molti privilegi nell’ambito della ricerca.

A questo punto mi viene in mente: la peer review è il cuore del problema. Ma:

  • è possibile standardizzarne i metodi?
  • e a questo punto, è possibile pensare ad una post-publication peer review di massa?

Intanto ascolto l’intervento di E. Giglia, che sottolinea diversi aspetti relativi all’open access, esprimendo disaccordo con alcuni relatori ed aggiungendo alcuni elementi relativi al business model OA. Le risposte: Bianco conferma che SCOAP è difficilmente esportabile, tranne che in microcosmi con le stesse caratteristiche della comunità HEP.
Margarita: ma se l’OA è perfetto, allora perché la maggior parte degli autori e degli utenti usano software proprietari e pubblicano su riviste a pagamento? Ci vuole un lavoro culturale lungo, intervenendo sulle singole rigidità, di autori e lettori.

R. Caterina parla dell’ambito giuridico. C’è una netta scissione tra la pubblicazione sul web, che riguarda aspetti innovativi ma non conta per i concorsi, e le pubblicazioni sulle riviste giuridiche tradizionali. Nel campo giuridico prevale la seconda tendenza, e questo non facilita le dinamiche OA. Ci vogliono policies che aiutino in tal senso.

De Martin: attenzione, l’OA è all’inizio, ed è un processo che altererà equilibri vecchi di 450 anni; un po’ di pazienza. Però, occorre anche partire dalle radici del problema: un cambiamento tecnologico ha aperto prospettive di disseminazione impensate: quindi partiamo da ciò che si potrebbe fare, e poi arriviamo a ciò che si dovrebbe fare.

Faccio la domanda. Risponde Lughi, per primo. Ci sono diversi impatti mediatici tra discipline di nicchia e discipline più ampie. Nelle discipline umanistiche la peer review viene già fatta ex post, dal pubblico e dal mercato. Piga: pro e contro nell’aprire la peer review. Es.: ricercatori africani che pubblicano un lavoro interessante, ma scritto magari non con tutti i crismi. In questo caso aprire significa togliere valore ai ricercatori. In altri casi prevalgono i pro, dove non ci sono interessi economici preponderanti. In molti blog ci sono descrizioni dettagliate di esperimenti [questo dobbiamo farlo anche noi!!]. Dove ci sono interessi economici importanti, è impossibile aprire, sia la sperimentazione sia il processo di validazione.

Tamagnone: l’IF non è un dogma, può anche essere un limite alla diffusione iniziale dei contenuti OA, ma con il tempo potrà invertirsi la situazione. A parità di IF, già oggi sono da preferire riviste OA. La peer review è anche collegata all’IF della rivista, quanto più è alto l’IF, tanto più dettagliata ed approfondita dev’essere la peer review. Giglia sottolinea che le riviste di BMC permettono di rivedere i pre-publication comments.

Una Risposta a “Open Access all’Università di Torino: esperienze e modelli di comunicazione scientifica. Sessione del mattino”

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