Nicola Bruno ci fa conoscere un interessante modello di analisi sviluppato da Ross Mayfield: si chiama “power law of participation” e cerca di spiegare il significato del termine partecipazione all’interno di dinamiche di rete sempre più orientate all’interazione, e non alla fruizione passiva di contenuti. Il modello della “coda lunga” si riferisce infatti a modalità di consumo tutto sommato piuttosto tradizionali: acquistare un libro, o un CD, anche se magari utilizzando Internet. Che dire però quando il consumo diventa ri-produzione (o “consumo attivo“)? Mayfield lo analizza disponendolo su uno spettro che conosce due modulazioni:
- la prima va dal leggere fino allo scrivere, passando per alcuni gradini intermedi tra cui il tagging, il commenting e il networking: qui si tratta di intelligenza collettiva;
- la seconda si esplica nel seguente continuum: refactor < collaborate < moderate < lead: a questo livello arriviamo ad un gradino superiore, l’intelligenza collaborativa.
Corollario: le attività del secondo tipo sono ancora portate avanti da pochi, o meglio, costituiscono una minoranza delle attività svolte dagli attori che partecipano alla vita sociale del web, e – credo – lo resterebbero anche se tutti in qualche modo collaborassero ad esse: si passa più tempo a leggere, etichettare, commentare, piuttosto che a studiare e riformulare i concetti e riesprimerli personalmente.
Già. Questo modello potrebbe spiegare meglio quello che dicevo un po’ di post fa citando Schiltz sui downloadable beliefs, sul cambio epistemologico – però supporterebbe anche la visione di chi in fondo pensa che nulla è cambiato, se non quantitativamente, dal mondo di Gutenberg al web. Anche prima, in fondo funzionava in questo modo – solo una minoranza di attività erano davvero creative, tutto il resto era (ed è) un buzz che segnala un punto interessante, come una folla di curiosi sul luogo del delitto.
E però. E se invece anche il tagging fosse un segnale di collaborazione, piuttosto che una delle infinite vibrazioni di un buzz? Se anche un semplice tag, un breve ed insignificante riassunto, fosse un mattone dell’intelligenza collaborativa? Se il tagging stesso, ad es., e la condivisione di contenuti e il remix, fossero un’operazione di scoperta? E se questo accadesse *proprio perchè*, nel fare anche queste semplici operazioni, partecipiamo di un’intelligenza collaborativa, in quanto facciamo entrare nel nostro patrimonio conoscitivo idee e concetti espressi da altri, ma che in questo modo assumono una vita autonoma?
E’ ancora possibile etichettare le idee originali come tali, distinguendole nettamente dalle altre? Non credo. Il buzz trasforma le idee, il remix trasforma gli oggetti culturali, le folle trasformano i post sui blog in altro – l’intelligenza collettiva diventa collaborativa, gli esiti culturali della somma (o sinergia involontaria) delle singole azioni non sono prevedibili (vedi ancora Danah Boyd).
Poi certo, anche questo era noto da tempo. Le conseguenze imprevedibili di uno sguardo, le cause e gli effetti legati tra loro da legami ambigui. Ma nel mondo analogico potevi scappare più facilmente. Far finta che quello sguardo non fosse stato – nel mondo digitale si lasciano molte più tracce. Tracce nascoste nell’irrilevanza, nella quantità enorme di altre orme. Ma – fino a quando? Il tagging e il catalogare le idee cambiano la natura delle idee. Cambiano il nostro modo di vederle – e questo in qualche modo permane.
Cambia – ancora – il nostro sguardo. E’ come se – nell’incubo o sogno di una notte di ottobre – ci fosse un tag per descrivere quello sguardo a quella festa, 20 anni fa, un tag che descrive il profumo di quella foglia autunnale, qualcosa di ricercabile, di ricostruibile a posteriori – è ancora Borges e la biblioteca che contiene tutto, in fondo. Hazard & chance. ‘n’ opportunity. E kairòs. Forse è in questa griglia – molto incerta, pericolosa – che il tempo incontra lo spazio, come diceva Foucault. Nella memoria – resa presente – di ciò che siamo stati anche solo un secondo prima, e che un secondo dopo ruminiamo e scriviamo e buttiamo in mezzo ai nodi della rete come una pallina nella roulette. Fare il bibliotecario era un mestiere tranquillo, fino a un po’ di tempo fa – ma adesso pensate a che succede quando cataloghiamo – o semplicemente etichettiamo
Il tempo incontra lo spazio, e forse negli atti più inconsci di questa hegeliana scala di Mayfield. Il tempo diventa spazio quando un attimo – di lettura, di sguardo, di esperienza, di percezione – diventa un’etichetta. E’ lì che tutto comincia, ed è forse lì che tutto (o almeno qualcosa) si ritrova, ancora pronto ad essere travisato e tradotto dopo poco o molto tempo, cioè a rientrare in una dinamica temporale, uscendo ancora dallo spazio.
Notte, appunto. Avete presente la bellezza infinitamente interpretabile delle canzoni etniche di De Andrè – ad esempio “I monti di Mola”? Quante rifrazioni emanano da lì, infinite, ma desiderabili. In questa lingua sarda di cui capisco poche parole eppure mi faccio accompagnare dai suoni. La musica. Un altro dei mondi in cui lo spazio incontra il tempo, nella voce e nel suono.