A proposito di 2.0 e nuove tecnologie.
A un recente convegno di BESS (biblioteca elettronica di scienze sociali ed economiche del Piemonte) sono state pronunciate due frasi entrambe, per motivi opposti, molto interessanti.
La prima è di Alberto Salarelli, che a proposito del mondo 2.0 dice:
“si parla troppo poco del ruolo sociale delle biblioteche: occorre fare molta attenzione a questo mondo 2.0. In un mondo in cui i servizi sono costruiti ‘tutto intorno a te’ (la banca è intorno a te, la telefonia è ‘tutto intorno a te’, la biblioteca è ‘costruita intorno all’utente, ecc.) si rischia di perdere di vista il ruolo sociale per cui gli stessi servizi sono nati”
Naturalmente il suo è un allarme, non un anatema; però mi ha fatto riflettere su come in effetti questi strumenti rischino di essere molto una moda per gli esperti, un nuovo giocattolo che gli addetti ai lavori si rimbalzano a vicenda. E’ utile che i bibliotecari studino e padroneggino nuovi strumenti, ma spesso il rischio è che questi stessi strumenti siano più utili ai bibliotecari (per accrescere la propria professionalità, come base per un circuito di conoscenze e saperi professionali) che non agli utenti effettivi. Insomma, dei due lati della medaglia che citi tu c’è il rischio che prevalga solo il lato “interno”. Ora io non sono misoneista, né un luddista (invece no, sono un luddista ma non in questo caso – non per lavoro, insomma) ma apprezzo questo monito: non perché sembra invitare a “lasciar perdere”, ma perché mi spinge a riflettere sull’impatto delle “nuove tecnologie” in biblioteca su un piano più alto e generale.
Il rapporto fra bibliotecario, utente e tecnologia non è una problematica nuova, urgente, inaspettata, ma vale per ogni elemento tecnico del mondo professionale in cui viviamo (compreso il buon vecchio catalogo booleano pre-furbirizzato!).
Questo mi fa riagganciare a un altro intervento, quello di Giuliana Sgambati dell’ICCU.
Le sue slide aprono con una frase:
“è cambiata la domanda dell’utente”
Questo per me è completamente sbagliato, e testimonia una mentalità completamente fuori strada!
La domanda dell’utente è sempre la stessa da quando esiste la cultura dell’informazione: l’utente vuole accedere, nel modo più semplice, rapido e completo, a un’informazione. Non è la sua domanda a essere cambiata: sono cambiati se mai gli strumenti con cui egli pone questa domanda, e gli strumenti con cui noi siamo in grado di fornire una risposta.
Questa differenza secondo me non è una questione di lana caprina, ma comporta un atteggiamento completamente diverso nell’approccio al cambiamento, e quindi al passaggio e all’abbraccio di stati 2.0, 3.0, 4.x, ecc. Non si tratta secondo me di constatare “passaggi epocali” o “mutamenti tecnologici” intorno a noi; si tratta di valutare la naturale evoluzione (non rivoluzione) del mondo – ingrigiscono le barbe, crescono le pance: perché il catalogo dovrebbe non cambiare mai? ![]()
Un atteggiamento di timore reverenziale, di sospetto, ma anche di stupore non più che infantile verso la “nuova tecnologia” porta a comportamenti rigidi e legnosi, a processi difficili da mettere in moto, e chi ha il compito di promuovere e amministrare questi cambiamenti si sente come se dovesse reinventare la ruota ogni volta, ricominciare da capo in un percorso che in realtà è già avviato; basta seguirlo, con curiosità e intelligenza, passo per passo. Da parte di alcuni, invece, c’è un sotterraneo timore, come di perdere qualcosa.
Cito una frase della spiritosa Dorothea Salo: criticando coloro (leggi: bibliotecari obsoleti) che riflettono, spaventati, sull’impatto della tecnologia nel loro lavoro, urla: “Tecnologia? Anche una penna a sfera è tecnologia!” ![]()
La gente è atterrita dalle ombre
I bibliotecari fanno convegni su come reinventare la penna a sfera! ![]()
Il catalogo cartaceo è tecnologia. L’opac è tecnologia. I blog sono tecnologia. Second life è tecnologia. La lampadina che mi sta sulla testa in questa grigia giornata di autunno torinese è tecnologia. Ogni giorno ce n’è una nuova: scopriamola e adottiamola con la stessa semplicità con cui nasce, consapevoli che c’è una cosa che non cambia mai: il desiderio e la curiosità dei nostri utenti nell’accedere all’informazione di cui hanno bisogno!
P.S.: questo post nasce da un commento a un altro post di Bonaria Biancu; la riflessione, rabbiosa, mi è scaturita dal leggere di Elizabeth Winter: ma perché negli USA una ragazza di 29 anni è in grado di essere responsabile delle acquisizioni e risorse elettroniche di un Ateneo, mentre da noi le biblioteche universitarie sono spesso in mano a gerontocrati e dinosauri?