Guardate questa foto di Lewis Baltz: i riquadri e la luce. Guardate il gioco di riquadri nella parte sinistra: l’opacità che si fa luce. Prima di tutto: che luce è? Nella foto giocano due luci: quella esterna, che viene da una giornata nebbiosa, o forse da un tramonto autunnale; quella interna, nei quasi-sei riquadri di luce artificiale che non illumina, o meglio è una luce che non costruisce un senso della scena. Tutta la luce viene dall’esterno, ma la rappresentazione che questa foto è gioca con la luce interna, con il suo non-illuminare.
Poi ci sono i riquadri. Dai riquadri di finestra sul fondo viene un’immagine opaca della campagna francese. La luce del sole, per ironia, non la illumina, ma illumina la parete di fianco, uno spazio artificiale. La foto è un gioco di rimandi, con un’opacità che la costituisce. E un oggetto: la tecnologia. O forse la rappresentazione. O entrambe. Qui possiamo dire che la tecnologia è un oggetto nello spazio: la postazione di lavoro ormai antica, le luci nel soffitto, le pareti sottili. Ma è anche il senso della rappresentazione. La tecnologia è lo sguardo stesso, il modo in cui la composizione ci porta a leggere lo spazio, con linee rette, con un’enfasi sulla lucidità delle superfici, con una tristezza che nasce dall’opacità impenetrabile di questa scena ordinaria e ordinata. La foto ci porta a vedere con un unico sguardo lo spazio naturale esterno e quello interno: nessuno dei due suscita compartecipazione. Sono vuoti, distanti, nessuno più o meno distante dell’altro, entrambi estranei.
Il gioco riuscito di questa rappresentazione è l’equilibrio. L’ironia con cui tratta i dualismi. Oggi vediamo questa serie come si guarda, a distanza di anni, qualcosa che con il passare del tempo è diventato perfetto, nel senso che nulla potrebbe esservi tolto o aggiunto. Né natura né cultura, né oggetto né soggetto, né ragione né emozione. Guardiamo. Ma quando guardiamo in questo modo il nostro è lo sguardo del classificatore. Ciò che vediamo in primo luogo non è la sostanza, la polpa e il succo, degli oggetti. Sono le loro relazioni: il network. La griglia, come avrebbe detto Michel Foucault, che all’inizio de Le Parole e Le Cose scrive:
“tabula” che consente al pensiero di operare sugli esseri un ordinamento, una partizione in classi, un raggruppamento nominale che ne sottolinei le similitudini e le differenze – ove, dal fondo dei tempi, il linguaggio s’intreccia con lo spazio
Pensare a ciò che questa frase vuol dire, ogni volta mi dà le vertigini. Per me significa: io guardo; con il mio sguardo costruisco la realtà; una possibile realtà. Questo vuol dire in primo luogo che stabilisco relazioni. No, che utilizzo metodi consolidati per stabilire relazioni tra oggetti. Ma questo significa in qualche modo che dal vedere io passo al linguaggio. In qualche modo io passo al linguaggio. In un modo che non potrò mai comprendere, come non potrò mai percepire il momento in cui passo dalla veglia al sonno. La realtà, il vedere si fa linguaggio, perché per comprendere devo usare le regole di un qualche discorso: prospettiva; distanza relativa; dimensione; gamma cromatica; passo dalla sintesi all’analisi, per comprendere. E in qualche modo sono dentro l’oggetto che costruisco, e viceversa.
Cioè, sono dentro le classificazioni che creo. Dentro gli schemi gerarchici che uso per comprendere. Solo in quanto li abito posso usarli, ma ne sono in molti modi determinato. La lingua parla di noi e parla noi tanto quanto noi possiamo parlare una lingua – come tutta la filosofia del Novecento ha sottolineato.
Perché penso che nel 2.0 ci sia un salto antropologico, oltre che epistemico? Perché questa onnipresenza del discorso diventa sempre più visibile, e sempre più consapevole. E siamo già oltre il punto in cui potevamo ancora pensare di non saperlo. E’, in qualche confuso modo, un’esperienza condivisa. Siamo parte di un discorso infinito. Non so che cosa voglia dire, ma è come se i miliardi di libri delle biblioteche di tutto il mondo, se vogliamo la biblioteca stessa di Borges (“L’universo, che altri chiama biblioteca”) non fossero più altro dalla nostra nuda esistenza. Senza giudizi di valore: il Grande Fratello, i talk show, l’Ulisse di Joyce: l’ordine del discorso penetra ogni cosa – anche il silenzio e lo stesso stare soli. Sì, è vero: è sempre stato così. Ma forse il salto epistemico si ha quando ci accorgiamo di come il mondo è sempre stato in profondità, per il solo fatto che in superficie il mondo non è più com’era prima.
La rivoluzione, insomma, è anche un meccanismo astuto della realtà per farci comprendere la sua struttura. Solo che anche questa comprensione (che in altri tempi si chiamava disvelamento, o disincanto) cambia chi ne fa esperienza. Per il fatto di vedere in un altro modo, non sono più lo stesso. Non potrò più riporre quel libro sullo scaffale come facevo prima, sapendo che il mondo stesso è creato dalla parola, ma che la parola stessa origina da qualcosa che le è incommensurabile (l’altro, la natura, l’immagine, tutto ciò che è irriducibile ad un ordine).
L’ordine dei discorsi è solo uno degli ordini possibili. I tesauri ed i tag che oggi usiamo non sono eterni. Nemmeno è eterno l’uso dei tesauri o dei tag. Nemmeno la tecnologia o il modo in cui la vediamo. Lo scorrere dei fatti se la ride abbastanza tranquillamente dei nostri dualismi. Ci resta forse il coraggio, la pazienza del commento, la tenacia dell’analisi, ma anche la levità del gioco, le sue regole che amiamo perché arbitrarie.
Classifichiamo. Nel farlo, c’è evoluzione e rivoluzione insieme. Non sono la stessa cosa, non sono opposte. Come non sono opposte teoria e pratica, anche nel nostro mestiere. Ma di sicuro non sono nemmeno naturali conseguenze l’una dell’altra.
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