Stasera c’è quella riunione, alla scuola elementare, non so se riesco, magari vado, e così alle sei e trenta corro da Palazzo Lascaris, da una riunione, ad un’assemblea, corro fino ad un palazzo di San Salvario, di colore scuola, dentro corridoi che solo in una scuola, una pulizia svizzera, e’ vero, e arrivo con un’ora di ritardo al terzo piano, ed entro dalla porta sbagliata e passo come un fesso davanti ai relatori con un timido sorriso di scusa e d’imbarazzo, mi piazzo dietro un armadio, non vedo un accidente, mi sposto un po’ piu’ in la’, sono nell’aula magna del plesso Manzoni di Torino, ripeto, San Salvario, mi fermo.
Si discute di Questioni Importanti. Mio figlio inizia le elementari l’anno prossimo. Vado a sentire che si dice della scuola. OK, ci vado con un po’ di pregiudizi. Nessuno ce l’ha con gli stranieri, e neppure con gli insegnanti, ci mancherebbe, ma forse, certo, se la percentuale di bambini in prima è del 65% di stranieri e 35% di italiani, forse qualche dubbio mi viene, non è che poi mio figlio resta indietro perche’ il programma si fa troppo lentamente, visto che in pochi parlano italiano in casa, e così, preparato anche, lo riconosco da alcuni articoli di questo tenore su La Stampa, vado a sentire.
Mi aspetto dei dati. Sbaglio. Solo un genitore cita quel dato, del sessantacinque e trentacinque. Poi dice che su 150 “comandati” alla prima elementare, solo il 50% si iscrive alla scuola di quartiere. Altri dicono che perfino gli stranieri (di seconda generazione) non mandano i figli a quella scuola perche’ è piena di stranieri. Però poi scopro che nel sessantacinque di cui sopra ci sono un cinquanta per cento (del sessantacinque, credo) che non sono proprio stranieri, sono stranieri di seconda generazione, e allora parlano bene l’italiano, e poi un’insegnante, di liceo, però, fa notare che nella sua scuola sono pochi gli allievi di quarta ginnasio che vengono da questa scuola (questa qui dove sono andato questa sera a sentire) e poi un’altra dice che sbaglia, perché nel liceo dove insegna lei invece vengono in molti da questa scuola, sempre questa.
L’assessore comunale all’Istruzione guarda perplesso, il presidente e coordinatore istruzione della circoscrizione interagiscono un po’ piu’ preoccupati, un genitore, sì quello del sessantacinque, invoca una biblioteca nel quartiere, perché una biblioteca dev’essere un posto vivo, dove con i libri si fanno davvero delle cose, e poi l’assessore, lo guardo un attimo con odio (solo un attimo, è pure simpatico) perche’ parla al cellulare (quelli fighi, con lo sportello che si apre o come si chiama) e ride pure, mentre qualcuno si accalora a spiegare che però questa scuola (sempre questa qui, non la scuola in generale) è pulita almeno, non come quell’altra, dove suo figlio ha lasciato (apposta, s’intende) una palla di carta in un angolo l’ultimo giorno di scuola e l’ha ritrovata ricoperta di polvere, sempre lì, dopo tutte le vacanze (la palla, non la scuola, o forse anche).
Sudo in modo spiacevolissimo. Cerco di capire, con una certa ansia. Una maestra – no, si dice un’insegnante – spiega che di problemi ce ne sono – la gente intanto inizia ad andarsene – spiega che -
a un certo punto la vedo. C’e’ una lavagna. No. Non una lavagna. Uno di quei trespoli con dei grossi fogli su cui si scrive, e dopo che ci hai scritto li volti e c’e’ un altro foglio sotto, pulito e invitante. Ci sono due colonne
aspettive (sic!) | proposte
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spiega che con bambini di 9 nazionalità diverse è difficile creare un “comune sentire”, e viene interrotta da un’altra persona, che spiega che un comunesentire non si può pretendere di instaurarlo in una scuola dove i bambini sono diversi per nazionalità e per sentire, occorre puntare su ciò che è razionale perché solo questo può essere comune, il presidente di circoscrizione comincia ad arrabbiarsi, chiede di restituire la parola all’insegnante, solo i principi, la pace, l’ambiente, i diritti sono comuni, e non le emozioni, e devo dire, mi piace questo pezzo di discussione, è un fraintendimento un po’ complice, nonostante la tensione e la seccatura dell’insegnante, ma è come uno strizzare un occhio con un po’ di sarcasmo, e poi
la lavagna è in fondo, per me, cioe’ all’ingresso della sala, vicino al presidente, e resta vuota. Tutta la sera vuota. Forse non è stata preparata per questa riunione, magari era lì da prima, per una riunione sindacale, per un consiglio d’istituto, se si chiama così, e la guardo, e resta vuota, e comincio a pensare che il problema stia li’
e poi un’altra insegnante ci dice che loro chiedono di avere più classi ed insegnanti, ma non le danno, l’assessore quasisempreducato dice non dipende da lui, ma dall’ufficio provinciale all’istruzione, e poi ci sono dei bei progetti di attività didattiche integrative, o forse non si chiamano così, sospetto di no, e poi infine arriva anche questo: il Marketing, mi scuso per usare questi termini dice il genitore, sì, sempre lui, quello del sessantacinque, e si scatena un’orda di consensi, sì, marketing, marketing ovunque, al mercato, alla fiera della domenica, propagandare la scuola, anche a casa del nemico, portare volantini della nostra scuola nell’altra scuola, MA COM’E’ CHE NON AVETE FATTO GIRARE DI PIU’ IL POF!!! , e gia’, il pof, mica ve lo spiego che cos’è, e poi finanziamo una campagna comunicativa, professionale, o bastano i genitori, e poi…
Poi capisco, guardando la riposante lavagna vuota. Questo è un talk show. Qui la gente non si parla, si parla addosso. Con le migliori intenzioni. Con una passione a tratti, lo riconosco senza ironia, commovente. Ma i politici, ma le insegnanti, i genitori, discutono senza mai citare un dato, o quasi mai, tanto che le poche cifre e indicatori citati restano li’, commoventi e sospesi nell’aria, prendono perfino una forma minacciosa, questa sera un trentacinque mi perseguiterà mentre cercherò di dormire.
Open access? Research data??? Eppure la platea non è fatta di rozzi zotici incolti. Sono persone del ceto medio, mediamente o superiormente formate. Ma la discussione non si sviluppa, produce qualche modesta proposta, e poi si ferma. Penso a tutte le cose sentite in quest’ultimo periodo sui dati della ricerca, su come le menti possono interagire tra loro, criticandosi. Alle persone di questa sera non mancava la passione. Nemmeno la competenza. Mancava un luogo comune per discutere.
Mancavano gli elementi minimi per potersi intendere. Mancava qualcuno che richiamasse alcuni fatti. Non che misurasse l’incommensurabile – l’affetto e l’istruzione che un bambino, con la sua mente meravigliosa, può ricevere in un posto come una scuola – ma che aiutasse ad inserire la discussione in un contesto, a trovare delle “evidence”, sì, delle prove, su cui basare le affermazioni.
A quante riunioni così parteciperemo e abbiamo partecipato? Miriadi. Certo, sono uscito con diverse opinioni. Non pretendevo certezze. Ma non posso nemmeno dire di avere capito. Marketing – ma di cosa? Percentuali – ma riferite a chi? Ma ci pensate che partecipiamo a miliardi di riunioni dentro le quali, giochi
di potere a parte, imitazione dei talk show a parte – non condividiamo nemmeno non dico un tesauro, ma neanche la terminologia di base?
E nell’accademia spesso non è diverso. E’ difficile intendersi, soprattutto perché non si riesce a costruire un contesto comune.
E forse è questo sforzo silenzioso che ha senso, nel nostro mestiere di esperti d’informazione, di bibliotecari. Uno sforzo silenzioso non tanto per promuovere, per fare advocacy, ma per coltivare e costruire un contesto un po’ come si cura un giardino, con la differenza che ogni volta dobbiamo crearlo da capo. Aiutare chi conversa ad appoggiarsi a qualcosa di esterno alle parole, a cui le parole tendono come un’ancora ad un fondale. Aiutarli, senza forzare i significati o imporli, a capire che ci sono dei significati. Che c’è qualcuno che ha già pensato questi pensieri prima di noi, a modo suo, e che in qualche modo questi pensieri sono per noi ricostruibili, ricuperabili. Pensate se questa piattaforma si fosse riusciti a crearla in quella sala, questa sera. Non sarebbero uscite di lì soluzioni, no, ma si sarebbe visto lo spettacolo meraviglioso di menti che pensavano insieme, che cercavano soluzioni su un contesto condiviso, che esploravano e generavano sapere.
11 Ottobre, 2007 alle 13:45 |
Se un utente viene da me, cerco innanzitutto di capire quali sono le sue aspettative, cosa sta cercando, perché, e a cosa serviranno i dati che si aspetta di trovare.
Cerco di creare un contesto affinché “l’informazione” vada a soddisfare quelle aspettative iniziali che la persona mi ha fatto comprendere di avere.
Prima di tutto devo ascoltare e capire.
E devo anche far sì che il mio utente sia in grado di ascoltare e capire, non me, bibliotecaria, ma prima di tutto se stesso, quali sono i suoi reali bisogni informativi, che strumenti ha a disposizione per ricercare, analizzare e assimilare i dati.
Troppo spesso la gente non ha tempo di ascoltare e capire, vuole il “dato”, e basta. E su questo giocano i media, quando ci sciorinano spettacolari dati casuali, su questo o quell’evento, sul tale problema del Paese o su fatti politici, sociali e quant’altro.
Se non ci *ascoltiamo* non potremo mai parlare veramente, condividere conoscenza, crearne di nuova.