Sto ascoltando John Coltrane – All or Nothing at All. Un bel titolo, non c’è dubbio. Non sono un esperto di musica, ma mi pare che una delle essenze del jazz sia la variazione. Un tema viene espresso, ripetuto, interpretato, cambiato. Questo ha di certo a che fare con il riuso. In un continuum che va dal plagio al totale ri-assemblaggio. E le idee? E la conoscenza?
Bonaria Biancu segnalava nel suo blog un testo dal titolo intrigante: Everything is Miscellaneous, di D. Weinberger. Un aspetto della “miscellaneità” – si dirà così? – è l’assemblaggio. Altri possono essere: l’ibridazione, il melting pot; il commento (non a caso si parla insistentemente di reviewing, in tutti i sensi e in tutti i campi: dalle systematic reviews in medicina alle book reviews su Amazon, in uno spettro semantico amplissimo); e, appunto, la variazione.
Mi piacerebbe molto che qualche lettore musicista, o qualche web artist esperto di assemblaggio, contribuisse a queste riflessioni. La variazione ha alcuni aspetti che dovrebbero interessare bibliotecari ed esperti d’informazione:
- avviene quando il tema è consolidato; o anche, quando ci sono più temi consolidati da ibridare, e perché no, dissacrare. Quindi, c’è un aspetto de-sacralizzante nella variazione. Il commento aperto a tutti, la open peer review come forma di controllo di qualità applicato a posteriori, la rete teoricamente infinita di commenti ad un post di blog, sono tutti modi per permettere che il contenuto che si crea sia meno sacro possibile, il più possibile aperto alla contaminazione con ciò che è diverso. Un discorso è fatto di regole (sintassi / semantica, almeno), ma è interagendo con altri sistemi di regole che si illumina diversamente, acquista sensi diversi, non univoci ma comunque riconducibili ad una possibile sintesi – nuova, in genere.
- ha un aspetto ludico. Anche quando il commento è astioso, o pignolo, o tedioso; anche in tutti questi casi, quando il commento entra nel gioco della variazione sul tema, accetta le regole del gioco, di un gioco, in genere. E allora permette di inserire le diverse tonalità emotive in una rete che le rende in qualche modo accettabili – (lo dico a mio rischio e pericolo, ma naturalmente censurerò senza pietà i commenti che non mi piacciono
) - implica una dissimmetria: variare infinitamente il tema, consumarlo, esaurirne le possibilità, criticarlo, dissacrarlo. Tutto questo implica sempre una situazione di questo tipo: io scrivo e tu commenti; oppure: io ho scritto e tu ora interpreti; non siamo sullo stesso piano; io ho un vantaggio e tu me la fai pagare cara, poi magari io ti rincorro per riportare il tuo commento a qualcosa di accettabile, e in questo conflitto il tuo commento diventa testo, e così via; ma commentandosi a vicenda non si è mai alla pari. C’è un’idea sempre un po’ conflittuale del dialogo.
- infine (per modo di dire, si potrebbe continuare per ore) la variazione è un’operazione politicamente conservatrice; o perlomeno cauta; o perlomeno moderata. Il commento è sempre incrementale. Non implica la nascita di un nuovo ordine. O no? Pensateci. Commentate… Se voglio fare una rivoluzione, comincio con il bruciare alcuni testi, è inevitabile, faccio un bel buco in una tag cloud, e poi i vuoti cerco di riempirli con qualcos’altro. Se commento, adotto un approccio incrementale. Accetto le regole di un gioco. Accetto che ci siano delle regole, e le riscrivo con pazienza. Al limite il nuovo nascerà poco a poco. E sarà una diversa configurazione di parole scritte, sarà polisemia, ma non sarà un foglio bianco su cui si scrivono le prime parole.
Questo commento alla variazione potrebbe continuare. Ma mi interesserebbe sapere che cosa ne pensate. Anche perché il mestiere del bibliotecario, e forse anche del ricercatore che scrive una review, ad es., è un paziente e continuo lavoro di ricomposizione delle variazioni. Con le tassonomie, i tesauri, il tagging, la semantica in genere, cioè lo stabilire relazioni (ad es. sull’asse ranganathiano PMEST – personalità, materia, energia, spazio, tempo) tra termini, tra un termine e il termine stesso in fasi e contesti diversi, e così via.
Da dove viene la nostra tradizione, probabilmente lo sappiamo. Molto meno sappiamo dove si orienta. Costruire una biblioteca era una promessa di felicità, secoli fa. Ora possiamo ragionevolmente pensare a costruire ordini concettuali flessibili ed effimeri, che permettano di tracciare strade per esplorare i concetti e le loro relazioni. La biblioteca si costruisce in certo qual modo da sé – non è così, ma dai, diciamolo, questa è spesso l’impressione. Noi siamo, certo, i bibliotecari. Scriviamo borgesianamente schede di catalogo prive di materia e dotate di molte dimensioni. Che durano una fioritura, una stagione. Che forse saranno catturate in uno snapshot. Ma il problema è – quanto assomiglia al nostro lavoro la produzione scientifica stessa? Come distinguiamo un’idea da un commento, ontologicamente, per così dire? Possiamo ancora accontentarci della metafora tardoromantica di pochi geni che creano e ricreano i temi e di un’infinita massa di commentatori che creano le variazioni? Io penso di no.
Anyway. Il mio player lasciato a se stesso è passato a Hobo Blues di John Lee Hooker e si sta avvicinando a-tassonomicamente e pericolosamente a Tom Waits. Uno che per sua – e nostra – fortuna questi problemi se li poneva in modo molto più divertente. Provate ad ascoltare Fumblin’ With The Blues:
Friday left me fumblin’ with the blues
And it’s hard to win when you always lose
Because the nightspots spend your spirit
Beat your head against the wall
Two dead ends and you’ve still got to choose
Allora, buona notte.