Vorrei rispondere al commento di Elena sui mutamenti epistemologici e il cambiamento nella produzione di conoscenza, partendo da un problema probabilmente secondario, ma che esemplifica bene quanto il paradigma stia cambiando.
Abbiamo teorie e modelli sull’accesso. Non mancano quelli sull’assemblaggio della conoscenza (abbiamo parlato di costruttivismo qualche giorno fa). Ma leggendo Carole Palmer, Scholarly Work and the Shaping of Digital Access, capisco che sarebbe necessario sapere e capire di più sul nesso tra accesso ed assemblaggio.
Il nesso (o processo) potrebbe essere: accedo ad n articoli, libri, documenti e poi ne assemblo il contenuto (o meglio: una selezione di contenuti) per verificare un’ipotesi di partenza; oppure per formulare una nuova ipotesi; o per esplorare un nuovo mondo di idee che mi erano sconosciute fino a ieri.
Questo modello, però, si riferisce primariamente ad un mondo di carta, dove c’è un netto distacco temporale e spaziale tra metadati e dati, tra indici e contenuti. Ora, quando accedo, sto già assemblando; ed assemblando diversi oggetti (a loro volta oggetti complessi al loro interno, compound objects) io accedo nuovamente in modo diverso a ciascuno. Accedere, prima, significava paradossalmente “prendere in mano” e poi lasciare lì; fotocopiare e guardare poi (si veda U. Eco, Come si fa una tesi di laurea). Oggi, con il fulltext (OA) a portata di mano, accedere significa sempre più spesso entrare direttamente dentro la complessità di un oggetto-documento: dritti a quella tabella, a quell’immagine, a quel riferimento bibliografico. E’ un accesso più granulare, si possono referenziare punti e parti interne all’oggetto: io accedo e quindi usufruisco di un assemblaggio pre-esistente, ma probabilmente compio anche un atto di ri-assemblaggio, se non leggo linearmente, se seguo i link interni od esterni.
Accade lo stesso se seguiamo la coppia di concetti analisi-sintesi, vecchia conoscenza filosofica. Anche qui, nella fruizione del docuverso attuale, la differenza concettuale è saltata, siamo più all’interno di un pensiero di tipo orientale, con opposti che in realtà sono due poli di un campo di forze possibili, con configurazioni variabili. Io analizzo (accedo ad) un testo, e ne compio una serie di sintesi (assemblaggi) parziali per comprenderlo. Fino alla sintesi definitiva? Sappiamo che non è possibile. In ogni momento io (questo campo di forze, questa configurazione attuale e sincronica dei miei stati psichici, questo incrocio diacronico tra passato-background-memoria e futuro-sviluppo), io sono interno al testo, ne ho una serie di viste parziali. Accedo e contemporaneamente assemblo: analizzo e sintetizzo, in un processo che l’Inglese definisce open-ended (che bello!): non solo “aperto”, ma con un estremo (una fine, un confine) aperto. Come un web-service con una porta aperta ad interagire con altri suoi consimili, che ne rielaboreranno i dati e ne aggiungeranno altri.
Che cosa causa tutto questo? Qual è il mutamento epistemologico che causa questa possibilità e questa – davvero – nuova configurazione del sapere? Forse è la quantità (dice Elena) che diventa qualità. Forse, per me, è soprattutto la contemporaneità, l’avvenire di tante cose insieme, nello stesso tempo, la loro compresenza spaziale, in un continuum come il web che, se ci pensiamo, fa perdere tanto il senso della distanza spaziale quanto quello della separazione temporale. Il fatto di avere perso la distanza nell’atto di accedere al / assemblare il sapere causa questa nuova prospettiva antropologica, prima che epistemologica. Siamo animali che funzionano in modo diverso in un mondo in cui la gravità funziona in modo diverso.
E però. Non è un brave new world. Elena:
l’abbondanza di dati e documenti accessibili rischia di portare alla frammentazione, al riuso indiscriminato di pezzetti decontestualizzati e riappiccicati a proprio uso e consumo da ciascun individuo, che lungi dal far parte di una ‘comunità’ scientifica o sociale costruisce attorno a se’ il proprio ambiente su misura, autoreferenziale e senza oneri di prova nè garanzie di qualità (molto 2.0 nel senso negativo del termine che aveva paventato, se non sbaglio, Ridi in una mail di qualche mese fa).
Concordo, però distinguerei. Ci sono fasi del processo di costruzione sociale della conoscenza che cristallizzano in un risultato un lavoro collettivo di anni. Risultato sempre decostruibile e interpretabile, ma anche oggi a buon diritto dotato di una reputazione scientifica robusta. Altre fasi – molte – sono però instabili; sono discussioni, conversazioni, anch’esse open-ended, come questa, come questo blog, come le solite gocce che devono decidere se cadere o no. Da una costruzione sociale e plurale di conoscenza può cristallizzare una serie di stupidaggini, oppure un capolavoro – ma è più importante capire che anche queste sono fasi diverse all’interno di un continuum. Raccolgo dati secondo un metodo, li discuto, analizzo, e poi… finalmente pubblico. C’è qualcosa di sacrale in quest’ultimo passaggio – un rito di passaggio, appunto, ed ogni volta. Forse bisognerebbe desacralizzare. Discutere granularmente anche i metodi per cui, scientificamente, distinguiamo “oneri di prova” e “garanzie di qualità”. Accedere ai dati e re-interpretarli (e non solo agli studi che su quei dati si sono pubblicati) può servire anche a questo. A capire che la pubblicazione è una parte di un continuum che comincia con uno sguardo sul mondo, che cristallizza in un’ipotesi tra tante possibili, che spesso produce una serie di sciocchezze, ma a volte invece procede ad un’analisi robusta, che a sua volta diventa una pubblicazione, che è un compound object che può essere messo in discussione granularmente, e il ciclo ricomincia, ibridandosi con altri sguardi.
E Marx? Credo che possiamo benissimo prendere l’eredità di Marx come una serie di attrezzi da usare, per niente vetero. Ad esempio, in questa fase di eterna transizione, ricordo questa frase del Manifesto: “Alles Standische und Stehende verdampft, alles Heilige wird entweiht” (più o meno, con il mio scarso Tedesco: “tutto ciò che è stabile e costituito si dissolve nell’aria, tutto ciò che era sacro si desacralizza”). Preso così, potrebbe essere un’ammissione di relativismo. E magari lo è. Ma è anche un presupposto per quella che una volta si chiamava rivoluzione.