Le sorprese, le reti e questo blog

By Paolo Gardois

Dal primo fresco di questo autunno, guardavo le piante abbastanza selvagge fuori dalla porta a vetri. Il modo in cui si muovono, lente, e occupano lo spazio in modi frattalmente impossibili da prevedere. Le gocce d’acqua che resistono alla forza dell’aria, scivolano, e poi a un certo punto cadono. Ancora Thom e le catastrofi: perché e come, in quel momento, una configurazione cambia.

Quando e come c’è stato lo shift, il volgersi verso l’accesso aperto, verso una configurazione diversa delle reti di produzione e riuso della conoscenza. E’ come se le piante (forse non gli alberi di Schiltz, ma semplicemente le piante annuali o stagionali della conoscenza, che fioriscono solo in un certo momento) le piante, dicevo, avessero iniziato a crescere improvvisamente in modo diverso. Obbedendo a leggi diverse.

Ormai l’open access è una realtà – ma forse solo una forma superficiale di un cambiamento più ampio. Una rivoluzione che potrebbe sorprenderci, se non capiamo in tempo le sue dinamiche. Mi spiego: oggi noi bibliotecari sosteniamo l’open access; facciamo advocacy. Ma le cose cambiano rapidamente. Ad un certo momento, le cose diventano scontate, non c’è più bisogno di fare advocacy, semmai di capire qual è la prossima frontiera. Ricordate, 6-7 anni fa, il dibattito sui periodici e più in generale sui formati elettronici? Allora si parlava di come convincere gli utenti un po’ diffidenti a usare i fulltext online, e sembra passata un’eternità: perlomeno nel settore scientifico, oggi il problema è diventato quello di non riuscire più a star dietro alla domanda di testi, pubblicazioni, immagini, dati… in formato elettronico.

Anche per l’OA succede qualcosa di simile. Ad un certo punto un fenomeno assume uno stato critico (“massa” critica, forse, anche). Oppure, si può dire che viene trasportato su un vettore che lo fa diventare mainstream, e contemporaneamente lo cambia, lo fa diventare altro, fa esprimere a questo fenomeno possibilità diverse. Diciamo la verità: sull’OA siamo partiti con l’idea (l’unica possibile, all’epoca) di rendere disponibili in formati aperti i buoni, vecchi tradizionali articoli scientifici, possibilmente in PDF :-) . Oggi, visto che cresce la domanda di formati aperti all’uso, riuso, citazione ecc., entrano in gioco i dati su cui gli articoli sono basati, e piuttosto sconcertati ci guardiamo intorno pensando, ecco, un’altra volta, che cosa abbiamo combinato…

Tant’è che ferve il dibattito (si diceva così, una volta), indovinate un po’, sui… nuovi ruoli dei bibliotecari, questa volta rispetto alla gestione, uso e riuso dei dati della ricerca.

Su questo argomento avrete forse già visto i due ottimi articoli di Anna Gold [uno e due] sull’ultimo fascicolo di D-lib. Ne estraggo solo due belle citazioni. La prima sull’importanza dei dati di ricerca:

Where standards and practices for publishing research results in textual form are well-established and supported, managing access to data has the feel of a vast frontier with pockets of homesteaders and small settlements, and a few well-supplied and well-guarded nodes. And yet, data is the currency of science, even if publications are still the currency of tenure. To be able to exchange data, communicate it, mine it, reuse it, and review it is essential to scientific productivity, collaboration, and to discovery itself.

La seconda, che mi ha colpito ancora di più, riguarda biblioteche, oggetti e relazioni:

At the most fundamental level, engaging the library profession in the problem of data management may lead to reframing the values and practices of the library profession. Where today library practices appear to be rooted in the management and delivery of objects (whether virtual or physical), from another point of view those practices are rooted rather in the management and “delivery” of relationships. And data is, after all, an encoding of relationships in the world, whether those relationships involve instruments, physical phenomena, social entities, measurements, time, place, or other intellectual constructs.

Indubbiamente abbiamo bisogno di ripensare le nostre pratiche. Peraltro è da più di un ventennio che lo facciamo, tutti i giorni, con risultati alterni ma in certi casi molto interessanti. Pensare però in termini di relazioni, e non solo di gestire relazioni nelle attività di servizio, ma addirittura di “servire” (deliver: consegnare, porgere…) relazioni, che poi sarebbero i dati + il loro polisemico contesto, è indubbiamente stimolante. E ancora, mi conferma nell’idea del cambio di paradigma. Non più soggetti o oggetti, ma relazioni, link, configurazioni che si adeguano instabilmente per poi tornare a stati dinamici, e questo fin nell’interno degli oggetti di uso quotidiano, perlomeno accademico: non più il documento, stabile, ma gli oggetti complessi/composti, mai uguali a se stessi, eppure tali da dover essere riconosciuti con certezza, citati, riutilizzati.
Volevo riflettere sui primi giorni di questo blog neonato, e sono scivolato sulla riflessione paraprofessionale, che tristezza.
Comunque è stata una bella esperienza finora. E parlando di reti, ringrazio per i loro commenti (e perfino – immeritati – complimenti!!) Antonella De Robbio, Salvatore Mele, Maria Chiara Pievatolo e Peter Murray Rust. Chissà se stiamo costruendo – con queste parole leggere e scritte un po’ quando capita e si ha voglia – un altro pezzetto di Internet, forse non da catalogare e rendere accessibile ai posteri, ma che magari ci aiuta insieme a capire qualcosa.
A presto.

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