Lunedì e le brume di Torino al posto di quelle di Padova.
Torno dal Berlin 5 e dalle riflessioni su documenti e dati, (de)strutturazione della conoscenza e accesso aperto, e leggo:
But, as it stands, OA may have pointed to consequences of digital
media that are beyond itself. After all, OA is a publishing model; it does not
extend its claims to include redefinitions of the scientific process, of scientific
careers, or the very nature of knowledge itself. Yet, in its defense of digital
possibilities and its description of the economics of information, it shows the
way to recent or potential debates on exactly those topics. Related to the
latter, some technologies that were unknown to the scholarly community
until approximately a decade ago provide hints to:
• new ways of disseminating scientific data and results (…);
• new waves of knowledge to come (…);
• innovative possibilities for arrangements of data and information (…);
and
• eventually to epistemologies not quite associated with the printing
press (…).
Michael Schiltz e colleghi, in un bell’articolo su Thesis Eleven (purtroppo non open access…), sviluppano l’idea di un salto epistemologico ed ontologico generato dalle tecnologie web.
La disponibilità di informazione online accessibile on demand sgrava il singolo ricercatore dalla necessità di “sapere tutto”: si può quindi parlare di “credenze scaricabili” (downloadable beliefs o metabeliefs) a cui si attinge nel momento del bisogno – cioè per eseguire un esame in laboratorio, per configurare un software, o per scrivere un articolo su Dante. In una prospettiva di costruttivismo sociale, e con molti riferimenti alla teoria sociale di Niklas Luhmann, gli autori sostengono che
“A lot of what we know is about cognitive artifacts, not about the directly empirical. This is the ‘construction’ in social constructivism, and it has nothing to do with relativism or conventionalism.”.
In epoca gutenberghiana il processo di produzione di conoscenza scientifica funzionava con: credenze –> assimilazione di informazione (principalmente contenuta in “documenti”, aggiungo) –> verifica delle “verità” credenze –> falsificazione tramite nuovi esperimenti.
Ora invece, con Internet e soprattutto con il web 2.0, abbiamo produzione sociale di conoscenza tramite rielaborazione di pezzi di informazione il cui valore conoscitivo viene garantito da procedure condivise, e che vengono richiamati nel momento in cui si devono risolvere determinati problemi.
Lo scenario epistemologico muta: non abbiamo più un soggetto, nel suo isolamento, che produce tipicamente da solo un documento a stampa di cui possiede la proprietà, e che tratta di un oggetto separato da sé e descrivibile o interpretabile in isolamento. Abbiamo invece un soggetto che è parte di una rete sociale nella quale si produce conoscenza sul mondo esterno, che rimane separato dai soggetti ma è posto in rete con loro, in una circolarità che garantisce la costruzione sociale di conoscenza ed insieme il mantenimento di un contatto con la realtà sociale che è da un lato esterna al soggetto ma dall’altro è una costruzione collettiva a cui il soggetto appartiene.
E le biblioteche digitali che c’entrano? Molto. Ancora una volta, si tratta di pensare come si possono strutturare e gestire servizi che non si rivolgano ad individui ma a reti sociali che producono, assimilano e riusano conoscenza. Partendo dall’open access, dalla semantica e da altri mattoni disponibili.
Ad esempio, tornando a Schiltz e Luhmann, trasformando gli “alberi della conoscenza” (i monumenti intellettuali dell’epoca gutenberghiana) in scatole di legno che raccolgano le nostre idee. Era lo strumento che Luhmann battezzò Zettelkaesten (o scatole di foglietti), che permetteva di creare appunti con idee che poi venivano interconnesse e referenziate senza bisogno di computer: si possono vedere su YouTube, e ne esiste un’interessante serie di implementazioni software.
Connessioni leggere e “asistematicamente non casuali” anziché schemi immutabili: tag e non soggettari o tesauri; faccette e triple, anziché classificazioni “chiuse”, policontestualità anziché gerarchia.
Tutto bello? Forse. Certo, rimangono alcune questioni aperte, ad es.: perché in un mondo funzionalmente così poco centrato sul soggetto (la conoscenza si “accende” platonicamente in rete, piuttosto che nei cervelli individuali), abbiamo una così esasperata competizione tra individui (anche tra ricercatori)? Perché nel mondo (topologicamente) monodimensionale (o n-dimensionale, o circolare) della rete le disuguaglianze di accesso al sapere rimangono così forti?
Abbiamo bisogno di capire meglio i legami tra teoria e pratica, tra sociologia e condizioni concrete di lavoro e vita. Anche per fare il nostro mestiere, temo
28 Settembre, 2007 alle 16:46 |
che bello! si parla di mutamento epistemologico: il web e le sue nuove potenzialità possono delineare un cambio di paradigma in senso khuniano? oppure sono strumenti, meri attrezzi, e non contenuti e pertanto non possono portare ad un vero mutamento nei criteri epistemologici di definizione di un paradigma scientifico? quando la quantità (nel senso di quantità di accessi e contatti, mezzi e modi di comunicazione, di tempo risparmiato nello scambio di dati ed idee) diventa qualità nel senso di mutamento della conoscenza, dei suoi scopi e modi di produzione? le mie risposte sono rispettivamente – sì- , e – adesso-, ma nn saprei andare al di là di una sensazione: come è o come sarà il nuovo paradigma scientifico web based? chi vuole descriverlo?
A proposito di mutamento epistemologico: qualche vetero marxiano come la sottoscritta potrebbe obiettare che ogni conoscenza è un prodotto sociale e che la produzione sociale della conoscenza non rappresenta una novità prodotta dalla maggiore facilità di comunicazione e condivisione deila conoscenza.
Mi pare a volte di intravedere il contrario (ma non ho conoscenze adeguate per averne una qualche certezza): se fino a pochi decenni fa la ristrettezza delle elite intellettuali spingeva a superare le difficoltà per tenere i contatti, proprio l’abbondanza di dati e documenti accessibili rischia di portare alla frammentazione, al riuso indiscriminato di pezzetti decontestualizzati e riappiccicati a proprio uso e consumo da ciascun individuo, che lungi dal far parte di una ‘comunità’ scientifica o sociale costruisce attorno a se’ il proprio ambiente su misura, autoreferenziale e senza oneri di prova nè garanzie di qualità (molto 2.0 nel senso negativo del termine che aveva paventato, se non sbaglio, Ridi in una mail di qualche mese fa).
una soluzione potrebbe essere nell’usare le nuove potenzialità nella comunicazione e gestione delle informazioni al fine di favorire la ricostruzione di comunità, nel senso più positivo del termine, e senza più vincoli di spazio e distanza; l’innovazione tecnologica potrebbe forse così assolvere ad un ruolo fecondo.
…….ciao
30 Settembre, 2007 alle 19:53 |
[...] continuum tra accesso ed assemblaggio Vorrei rispondere al commento di Elena sui mutamenti epistemologici e il cambiamento nella produzione di conoscenza, partendo da un [...]