Alma Swan riassume alcuni punti fondamentali, nella closing session.
- no one’s told the authors: spesso gli scienziati non sono consapevoli dell’OA, la categoria che ne è più consapevole sono i bibliotecari!
- researchers are deaf: non si attivano per la promozione dei repositories, per far conoscere l’OA, ecc.
- bisogna quindi puntare sui loro finanziatori, editori, bibliotecari, colleghi… e soprattutto sugli esiti (outcome) dell’OA (maggiore conoscenza e citazioni dei lavori scientifici, ecc.)
Gli OA journals sono ormai una realtà consolidata (anche se BMC dopo n anni di esistenza si sta avvicinando ora al breakeven?). Sostegno all’authors pay (ma organizzativamente non si tratta di un piccolo problema): tre università al mondo sono dei punti di riferimento in merito: Università di Nottingham, Wisconsin, Amsterdam.
Quanto alle società scientifiche, non sono omogenee. Occorre che capiscano meglio che l’OA non è solo una questione editoriale, ma sta al cuore della mission di una società scientifica: condividere il sapere (magari partendo dagli atti dei congressi).
Quanto ai repositories, Southampton, con la sua forte presenza sul web, le policies di deposito obbligatorio e l’alta qualità della ricerca, dimostra che l’investimento sugli IR può risultare vincente. Inoltre, l’accesso open alla letteratura è essenziale anche per piccole imprese e realtà locali e territoriali che certo non possono permettersi i big deal…
Infine, a quanto pare, i ricercatori reagiscono positivamente alle policy di deposito obbligatorio (v. Minho University). E il deposito deve avvenire al momento dell’accettazione della pubblicazione. E lavorare con XML, piuttosto che con PDF. Finiamo qui. E’ ora di correre alla stazione, ancora un’ultima volta la strada che abbiamo sbagliato l’80% delle volte. Vedere la notte che arriva dal finestrino. Sonno. Again and again. A presto.
21 Settembre, 2007 alle 15:31 |
80%? di più (commento preventivo)