Ralf Schimmer (MPS), tra gli altri argomenti, confronta il modello authors pay e quello tradizionale. L’opinione è che il modello authors pay rappresenti un passo verso l’open access più radicale (Harnad, per intenderci), in sostanza un modello transizionale che possa creare conseguenze culturali. Anche dal punto di vista dei costi, per la Max Planck Society, il modello sembra al momento sostenibile.
Dal mio punto di vista, ho necessità di capire meglio se il modello possa funzionare anche per un’Università o un gruppo di Università nel nostro Paese, anche vista la recente presa di posizione di Yale contro il modello authors/institutions pay. In sostanza, serve un approccio laico alla questione, pragmatico anche rispetto all’output scientifico ed alle esigenze di ricerca di enti diversi in Paesi diversi. Inoltre, c’è un problema di costi: una media 3000 € ad articolo è diversa da una fee più bassa – occorre che si capisca meglio il modello di business di editori non-profit.
Salvatore Mele delinea un quadro più articolato su un settore più specialistico. Aggiunge al quadro lo sponsoring model e le institutional memberships, ma soprattutto ci spiega meglio in che cosa consisterà SCOAP (sì, confesso, non lo sapevo ancora…).
Un consorzio di istituzioni pagherà collettivamente per la peer review, rendendo disponibili free gli articoli finali, ma lasciando a pagamento per gli editori alcuni premium services.
L’intervento è dettagliatissimo a livello di analisi di costi e business model – da leggere assolutamente insieme al report citato sopra.
Problemi che mi vengono in mente: ma quanto vale la peer review e quanto costa? Salvatore Mele mi risponde che SCOAP esiste per risolvere un probvlema attuale e concreto: abbracciare l’OA senza abbandonare le riviste, fondamentali per la carriera di un docente. Poi si vedrà, in futuro. Ma la domanda resta: di fatto SCOAP valuta il costo della peer review. Ma occorre seguire questa strada per capire come farlo senza limitarsi a rispondere a necessità contingenti, ma anche senza perdersi in modelli solo teorici.
Armbuster comincia con una critica sia alla green road sia alla golden road all’OA. La green road rischia di disseminare (per problemi di workflow e vincoli legali) una serie di copie non esattamente conformi all’originale pubblicato. La gold road rischia di alzare indebitamente i costi nel momento in cui alcuni editori (in particolare biomedici) assumono funzioni di autenticazione, archiviazione, ecc. che invece possono essere assunte efficacemente dai repositories.
Le funzioni fondamentali della comunicazione scientifica sono rappresentate da: registrazione, certificazione, archiviazione, disseminazione, navigazione (overlay services).
Le ultime due funzioni possono essere svolte dagli editori, le altre tre dai repositories. La discussione che segue è piuttosto accesa. Ma mi viene in mente: quanto sono chiari questi ruoli? Che significato hanno oggi? Per es.: che cos’è un premium service? E di nuovo: in tutto il convegno si è parlato di peer review: ma che significato ha? Che metodi formalmente riconosciuti ci sono? Che cosa pago quando pago la peer review??
Basta. Cibo. Luce.
Quel filo di autunno, Padova, i colli così nitidi dal XII piano della torre stamattina, l’aria che dà forma agli oggetti – some blur, though. Gli oggetti – il mondo sub specie documenti… vi capita mai quando vi immergete in un argomento che vi si appiccichi addosso, come occhiali di carnevale o un diverso colore degli occhi? Vedi l’accesso agli oggetti, le loro caratteristiche, come elementi di una rete elastica, modificabile e rigida insieme. Come il docuverse?
Poi passa, comunque. Caffè. Le scale di Palazzo Bo. Back again. Next session.
25 Settembre, 2007 alle 9:28 |
“Quanto costa la peer review”… questa e` una bella domanda. Chiaramente il costo di una rivista e’ composto dai costi fissi, dai costi per l’organizzazione del peer review, dai costi di marketing e controllo accessi e dal profitto della casa editrice. Noi abbiamo deciso, come ho presentato, di seguire un approccio sperimentale per valutare il costo atteso nel nostro modello: abbiamo preso il valore -pubblico- che costa pubblicare un articolo su Phys. Rev. D, attorno a 2000Eur, il costo piu’ elevato -stimato ma non pubblico- per le riviste Elsevier e Springer del nostro settore, ed il costo semi-pubblico per un’altra rivista del nostro settore, JHEP, a 1000Eur. Senza entrare nel merito di quanta economia di scala e gestione dei costi ogni impresa faccia, queste cifre portano ad una media che abbiamo stimato a 2000Eur… caro? Economico? E` una questione di punti di vista. Di sicuro la spesa complessiva mondiale per riviste nel nostro settore sara` ridotta di molto se il nostro schema funzionera`: a tutt’oggi una singola rivista incassa oltre 5 Milioni di Euro, e con 10 Milioni noi tentiamo di coprirne sei… ditemi voi se questo non e` risparmio.
Del resto, nel nostro schema, e` la prima volta che stiamo tentando di portare alla luce del sole il prezzo della peer-review, attraverso una gara e delle offerte. Come citiamo nei nostri documenti (http://cern.ch/oa/Scoap3WPReport.pdf e http://cern.ch/oa/Scoap3ExecutiveSummary.pdf) il risultato sara` di introdurre trasparenza, chiarezza e competitivita nel mercato dell’editoria scientifica, almeno per la nostra disciplina.
29 Settembre, 2007 alle 16:51 |
[...] reti, ringrazio per i loro commenti (e perfino – immeritati – complimenti!!) Antonella De Robbio, Salvatore Mele, Maria Chiara Pievatolo e Peter Murray Rust. Chissà se stiamo costruendo – con queste parole [...]
24 Ottobre, 2007 alle 16:57 |
[...] ricominciamo in medias res, sperando di contribuire alla discussione inaugurata da un ormai celebre blog e da altre idee non scritte scambiate con chi era con [...]