In the aftermath

9 Luglio, 2008 di Paolo Gardois

It’s easy to dismiss the ‘what’s it all about’ crowd.
There is no doubt. it’s this, here, now.
And you close your eyes.
He’s not coming back.
So you work it out, overfeed the cat.
And the plants are dry and they need to drink.
So you do your best. and you flood the sink.
Sit down in the kitchen and cry.

Now you’ve worked it out
And you see it all
And you’ve worked it out
And you see it all
And you want to shout
How you see it all

Now the universe left you for a runners lap.
It feels like home when it comes crashing back.
And it makes you laugh
And it makes you cry,
When London falls
And you’re still alive.
The radio stutters,
It makes you laugh
And the aftermath,
Open up your eyes.
You’re so alive.

Now you’ve worked it out
And you see it all
And you’ve worked it out
And you see it all
And you want to shout
How you see it all
How you’ve worked it out
And you see it all
How you’ve worked it out
And you see it all

Le citazioni lunghe non sono troppo usuali in questo blog, ma stasera facciamo un commento. Un’esegesi testuale. Da leggere rigorosamente ascoltando i R.E.M. Proprio così, qui su YouTube, lo-fi. Meglio se con qualche sgasata di moto e urlo di sottofondo di San Salvario. O Brema. O Melbourne.

Cominciamo. Questa canzone parla della conoscenza. Solo che lo fa ad un livello micro- , ad un livello molecolare. Immaginiamo di assegnare un significato ad un termine. Di renderci conto in un attimo che qualcosa esiste e di capire che cos’è. In questa canzone vediamo che *non* sono operazioni lineari. Per alcuni motivi, che ovviamente non si possono elencare linearmente.

Prima mossa: "It's easy to dismiss the 'what's it all about' crowd"

Ti chiedi perché – in fondo, forse in modo non cosciente. Perché – semplicemente – il mondo funziona in un certo modo? Ovvio che qui non stiamo parlando di ontologie in quell’altro senso (quei tipi, Parmenide, Aristotele, eccetera). Qui stiamo solo parlando di un intervallo brevissimo, di microsecondi, tra quando è “prima” e dal prima si passa a “durante”, e nel passaggio da “prima” a “durante” si accende una comprensione, un’assegnazione di significato. Prima non avevo preso in mano quella pietra, non avevo alzato lo sguardo per dire “tour eiffel”, non avevo detto, di quella pagina letta, “mi ricorda la Namibia”. Poi invece ho fatto, visto, detto queste cose. Nel passaggio, c’è un’operazione semantica: conosco – o ri-conosco, e dico, nomino. Assegno un significato a dei dati che altrimenti rimarrebbero lì, per me (ma non solo) irriconoscibili, distesa immensa di elementi senza un pattern.

Ed allora ricominciamo: “è facile trascurare, quella massa di ‘che senso ha’ “. In effetti mettiamo il mondo tra parentesi – altrimenti è ovvio, non si potrebbe agire.

Ma un secondo dopo quella messa tra parentesi, la selva di significati ritorna. Abbastanza dura: questo, qui, ora. E con lei le emozioni – ad es., la certezza che lui non tornerà. Quindi: il mondo esterno è tra parentesi in quell’attimo, in cui nominiamo un significato, ma i riflessi che ha lasciato in noi durano, e si amplificano e si complicano in una serie di feedback interiori.

Seconda mossa: overfeed the cat, flood the sink

La conoscenza codificata potrà essere seria, noiosa, ma l’atto di conoscere è ridicolo e ironico – e spesso doloroso. Dai feedback interni ritorniamo al mondo esterno, ma non siamo davvero noi. Stiamo cercando di renderci conto di quello che succede – stiamo facendo i conti con una nuova dimensione, qualcosa che prima non c’era, e dobbiamo appunto dargli un significato. “So you work it out”: in qualche modo lo fai, fa schifo, fa ridere, è un disastro, fai del tuo meglio, devi bagnare le piante e allaghi il lavandino. Fai un casino. Ma in qualche modo lo fai – e vuoi gridarlo, in che modo tu “vedi” tutto questo, compreso magari il fatto che piangeresti in cucina, come un idiota.

Terza mossa: the universe (...) comes crashing back

In fondo puoi anche credere di essere tu ad assegnare un significato al mondo, ma tutto quello che hai fatto è pensare un po’, pasticciare con le attribuzioni, e alla fine, però, non sei tu a dare un nome alle cose, sono loro che tornano facendo un bel crash, fine della fantasia (di solito, appunto, non siamo noi a decidere quando finisce un sogno – vero o ad occhi aperti).

Viene da ridere e piangere, Londra è crollata, e tu sei vivo, e quest’ultima, è la prima cosa che senti, tornando a riaprire gli occhi. Insieme al fatto che, dopo aver assegnato quel significato, torni nel mondo, la parentesi si riapre, e ti senti a casa. Ma che cosa è successo nel frattempo? C’erano dati sparsi, insignificanti. E in fondo non sappiamo dire come, ma li abbiamo messi insieme. Forse perché ne avevamo bisogno – di vivere, in qualche modo, di veder qualcosa funzionare – ma appunto la vita biologica non è un processo lineare. E ancor di meno i processi semantici. Abbiamo uno schema del genere:

1. sé –> (dati) | feedback interiori <– emozioni

2. sé <–> processi emozionali/razionali (work-out) di aggregazione dei dati (<– 1)

3. sé –> realtà che torna –> emozione

Ovviamente il processo è circolare.

Sfido chiunque a dire, quando si trova coinvolto in un processo di conoscenza, qual è il prima e il dopo – quando le cose “stanno succedendo”, intendo. Per questo è un processo aperto, e non completamente consapevole. E inoltre, come dice il grande neurobiologo Antonio Damásio, questa non consapevolezza non significa inefficacia: la maggior parte dei processi biologici e cognitivi che ci mantengono vivi sia biologicamente sia socialmente hanno una forte base “automatica” o “stereotipata” – cioè sono robusti, stabili ed evolutivamente vincenti.

Nel processo cognitivo, quindi, per come lo viviamo a livello molecolare, entrano le nostre esperienze precedenti, il nostro desiderio di sapere/potere, le nostre emozioni. Entra l’ironia, che forse è il vero motore. Ci muoviamo come su una corrente che abbiamo deciso solo in minima parte – eppure, in questa corrente, ci sentiamo noi stessi come in rare altre occasioni. E’ per questo che – in determinate zone del nostro cervello – si accendono neuroni e vengono attivati recettori relativi al piacere ed al dolore.

Come in questo momento. in un certo modo, ho finito di raccontare una cosa. Una cosa che forse davvero ci voleva il web 2.0 per dire – con youtube e i blog, o meglio per visualizzare. Ci sono zone del mio cervello che si accendono per alcuni istanti, il battito cardiaco è percettibile, anche se non accelerato.

Alcune note:

a. Il termine “aftermath” indica originariamente “a new growth of grass following one or more mowings, which may be grazed, mowed, or plowed under” (Dictionary.com) e lo trovo molto più interessante del comune significato correlato alle conseguenze di eventi più o meno disastrosi.

b. durante la scrittura di questo post ho ascoltato diverse volte la canzone Aftermath, ho cercato in diversi posti, perdendomi, il significato della  parola aftermath, in un caso scrivendola anche “aftermatch” e trovando informazioni sulla visione del sesso da parte della squadra neozelandese di rugby, ho ascoltato tre diverse versioni di “E-bow the letter“, sempre dei R.E.M. (tra cui due dal vivo davvero splendide). Tutto questo ha influenzato il contenuto di questo pezzo, a livello molecolare, in un modo che non saprei descrivere, ma sicuramente decisivo.

La fine dei modelli, secondo Anderson

5 Luglio, 2008 di Paolo Gardois

Il caporedattore di Wired, Chris Anderson (ricordate la coda lunga?), fa una puntata in campo epistemologico. Divertente, tutto sommato. Tesi:

fino a oggi “The scientific method is built around testable hypotheses. These models, for the most part, are systems visualized in the minds of scientists. The models are then tested, and experiments confirm or falsify theoretical models of how the world works.”

Ma oggi, “There is (…) a better way. Petabytes allow us to say: “Correlation is enough.” We can stop looking for models. We can analyze the data without hypotheses about what it might show. We can throw the numbers into the biggest computing clusters the world has ever seen and let statistical algorithms find patterns where science cannot.”

L’articolo è corredato da una serie di esempi, dall’analisi delle intenzioni di voto al monitoraggio delle notizie a Map Reduce di Google.

Si tratta di una versione aggiornata del solito determinismo tecnologico? Bisognerebbe prendere posizione? In fondo, Anderson sta dicendo che l’organizzazione dell’informazione, in sé, non conta. Conta solo la capacità di calcolo del cosiddetto cloud computing, che ha a disposizione petabytes di dati raccolti ovunque sui quali può provare tutte le correlazioni possibili.

E’ facile rispondere che dopo averle trovate, occorre comunque assegnare loro un significato, interpretarle, e invariabilmente questo avviene esclusivamente grazie a dei modelli, dei contesti.

Qui però non voglio prendere posizione. Mi interessa di più capire come questa capacità di elaborazione e analisi di data sets enormi e costruiti al volo può cambiare la nostra capacità (o abitudine) a percepire il mondo.

Qual è il modello implicito del “grande” o dello “smisurato” (della bigness di Koolhas, per esempio) – cioè qual è il modello in grado di assegnare loro un significato – magari diverso da quello delle epoche precedenti?

Ad es., se un sistema come Europe Media Monitor permette di analizzare un grande numero di siti di news, questo serve soprattutto ad individuare situazioni incipienti di violenze, rivolte, o possibili carestie e catastrofi umanitarie. Qui, ad es., l’output è una visualizzazione. Quello che si potrebbe chiamare una mappa, un indice. Solo che, dato un certo data set, esiste un numero n di indici possibili – così come dato un documento singolo x (in sé un microcosmo) sono possibili n configurazioni come effetto di un’analisi semantica (ad es. l’uso di uno o più soggettari, o differenti modi d’uso di uno stesso soggettario o tesauro, ecc.). Quindi, dato un certo documento, avremo un’estrazione di “indici”, solo di diversa natura.

Il “grande”, però, causa facilmente illusioni ottiche come quelle descritte da Anderson (dài, con ironia, ne sono sicuro :-) ) . Forse perché “grande” è un’approssimazione di “totale”, di “integrale”, di “tutto”.

In effetti, i modelli sono strumenti di semplificazione della realtà: servono a ridurre la complessità, il foucaultiano “brulichio degli esseri”, in modo da poter dominare una situazione, controllarla. Qui sta il punto, secondo me. Esiste una modalità di analisi volta al controllo immediato, al breve periodo, allo sfruttamento dello status quo (non assegno valenze morali a questi termini). A certe condizioni, possiamo accettare l’approssimazione di un “enorme” che sta per un tutto. E conseguentemente, l’approssimazione di un display (un grafico, un’estrazione di indici su base statistica, ecc.) che ci dice praticamente tutto quel che serve su quel tutto, e in pochi minuti.

Ma se vogliamo conoscere, e non solo “prendere una decisione” apparentemente fondata (in fondo “prendere un ansiolitico”), il discorso è diverso: tornano modellizzazioni, ipotesi, discussioni, ecc. (si veda ad es. il bel libro di Agamben sul metodo, Signatura rerum – qui una presentazione).

Però:

1. Credo che l’analisi a forza bruta (cloud) di cui abbiamo parlato, in effetti cambi le coordinate del mondo così come ne facciamo esperienza tutti i giorni. Potenza di calcolo + matematica + decisionismo molecolare (a livello di singoli individui, e non solo di ceti politici o economici) riconfigurano il mondo tutti i giorni. E’ più interessante capire come analizzare un mondo capace di “cloud analysis” (mi perdonino i meteorologi…) che non indagare i metodi tecnici di questa stessa cloud analysis e assumerli ideologicamente per schierarsi pro o contro. E quest’analisi dell’attitudine analitica “cloud” è difficile – occorre tracciarne presupposti, equilibri, poteri coinvolti, griglie interpretative (forse, quella che Foucault chiamava episteme). Ma se non lo facciamo ricadiamo indietro rispetto alla soglia di comprensibilità dei fenomeni, restiamo chiusi in una rigida torre a spolverare i nostri ninnoli.

2. Credo anche che questa “analisi dell’analisi” sia un esercizio (etico, di metodo, politico, …) che non possiamo condurre da soli. Il soggetto cartesiano non esiste più, e per quanto possa essere trendy continuare a celebrarne la scomparsa, dovremmo cercare una forma di intersoggettività diversa da quella dell’accumulo quantitativo di opinioni. Provo a spiegarmi: se il problema – politico – è quello di una potenza di calcolo più grande, l’ha davvero risolto già Google (et similia). Se il problema invece consiste nell’organizzare il mondo in modo plurale, nell’assegnare significati aperti alla discussione lungo direttrici multidimensionali, nello sfruttare non la potenza aggregata di calcolo di famiglie di processori simili ma i contributi unici che ogni singolo individuo (e la sua sensibilità, la sua storia, il suo carattere, in evoluzione) possono dare, allora la dimensione qualitativa dell’esperienza intersoggettiva torna in primo piano.

Bisogna trovare modi di connettere senza appiattire. In fondo, la riduzione di complessità della cloud analysis di cui sopra, significa anche appiattimento monodimensionale – ad una singola metodica analitica appunto, ad un singolo piano di comprensione di un fenomeno. E invece, come possiamo far convivere semantiche diverse, come possiamo creare percorsi analitici che mettano in questione l’esistente e insieme aumentino la gioia di creare, la libertà di un soggetto in una rete? E come possiamo fare tutto questo in un mondo in cui la complessità diventa sempre più un presupposto a livello di data set anziché un oggetto di analisi attenta? Come possiamo, insomma, costruire o de-costruire ad un livello superiore a quello degli schemi analitici semplificatori? E come mantenere costruzioni che si adattino dinamicamente a questo livello di visualizzazione (display) che per molti (per tutti) diventa una nuova realtà?

La forma delle reti

11 Marzo, 2008 di Paolo Gardois

Penso ad una frase di Walter Scott: “Oh what a tangled web we weave / when first we practice to deceive“. Ricordo la sera in cui Eugenio Gatto l’ha citata, in una stagione indefinita, ma di mezzo – poteva essere autunno o primavera: si passeggiava per Vanchiglia e vedevamo lo scheletro del gasometro, poco lontano, nella foschia costante di Torino. La sua geometria modesta e cristallina, le simmetrie perfette e nitide del cilindro – niente di più lontano da quella ragnatela intricata, di quel verso. Ed anche Eugenio diceva questa frase e parlava del web: in effetti, quanto di più contorto e dinamico esista. Eppure l’associazione di questi tre pensieri – scott, internet, il gasometro – non riesco ad evitare di pensarla.

Viviamo immersi nelle reti. Ormai questa è una banalità. Ma che significa pensare l’immersione nelle reti, rispetto al trattare, gestire, mediare l’informazione? Torno da una giornata qualunque. Ho preso un autobus, ho incrociato migliaia di persone e miliardi di traiettorie. Ho parlato con decine di persone, altre non le ho incontrate, altre le ho cercate. Ho inter-agito con altre persone. Siamo stati per alcuni istanti compresenti nello stesso spazio. Ogni istante, appunto, ancora, è uno snapshot, un’istantanea della rete. Della sua forma, in un dato momento.

Quindi, una rete è per prima cosa una configurazione di punti e legami che li collegano. Ma le reti sono anche una compresenza dinamica di stati, anzi di azioni. Le configurazioni possibili sono infinite.

Il problema è come vediamo una rete. La teoria dei grafi ci dice qualcosa sulle reti. Però il problema è come dobbiamo/possiamo guardarle. O come vedere il mondo in quanto rete. L’informazione non ha significato, è piuttosto un generarsi dinamico di significati, un caleidoscopio in cui le unità base dell’informazione (le parole?) si concatenano in configurazioni variabili. Sicuramente, per analogia, la teoria dell’informazione è spiegata meglio dalle dinamiche cellulari in biologia, o dalla teoria delle catastrofi, per esempio, che non dalla teoria dei grafi. E quindi dalla ragnatela piuttosto che dal gasometro.

Però.

Ci sono due modi di vedere una rete: guardare un paesaggio petrarchesco da una montagna, oppure aggirarsi in un formicaio. Potremmo chiamarla pre- e post-coordinazione, non cambierebbe molto (come abbiamo già detto). Non è questione di ciò che preferiamo. Lo spazio topologico: uno spazio che si definisce per le sue possibilità di mostrare connessioni. Questo spazio ingloba il gasometro nel formicaio, o viceversa. E’ lo spazio di oggi: gli snapshot gelidi e la corsa del topo, al limite. Non è l’assenza di regole, ma l’idea di domini, in cui le regole valgono all’interno di insiemi di definizioni, che peraltro possono cambiare, ridefinendo a cascata i contenuti, e le distanze. Ovvio, in questo mondo le biblioteche si estinguono :-) . Non lo sguardo, però. Quale? Proviamo a leggere questo – lo scontato Tao Te Ching nel suo celebre passo che descrive la stupidità del saggio di fronte al brillante insight dell’uomo comune:

Siano pure illuminate le persone comuni, solo io sono nell’oscurità! Siano pure chiaroveggenti le persone comuni, solo io sono miope! Dò fioco chiarore come la luna nell’ultima fase! Mi aggiro come se non avessi dove stare!

Proviamo a pensare a questa descrizione come ad una camminata nel mondo dell’informazione, o dello spazio topologico. L’assenza di luogo dove stare, la deformabilità infinita dello spazio, o anche del significato. E poi la luce, di luna da ultimo quarto. Tutt’altro da quella abbagliante dell’intuizione, della scoperta improvvisa. Piuttosto una luce che fa intuire i lineamenti degli oggetti, come quando si ascolta una canzone conosciuta a volume bassissimo, e la struttura e la melodia sembrano rivelare connessioni e strutture nuove. La luce di una sera in cui vediamo il telaio di un gasometro, in lontananza nella foschia, come una ragnatela?

Guarda a lungo, e con fatica. Poi scatta

6 Marzo, 2008 di Paolo Gardois

The fotographer carefully selects from reality and attempts to create elements which are universal. It is a part of the technique of photography that the photographer has to look at chosen subject matter long and hard to see what else chosen subjects may be and what else they may become as a photograph.

Colin Dixon

Si scrive quando si ha voglia, in effetti: excusatio non petita, d’accordo. Ma c’è una regola non scritta – appunto: non scrivere quando non si sente la voglia di dire qualcosa. Stasera ho ripreso in mano un libro di fotografie di Colin Dixon (vedete queste, oppure ad es. il catalogo della mostra “Light and time”, dove c’è una curiosa ed emozionante “The apple store”).

A volte capisci delle cose leggendo parole a caso. Rivedendo i paesaggi biancoenero inglesi, e insieme ascoltando Nick Drake. L’ultima volta avevo raccontato dei farmaci per la mente. Pensavo alla lentezza, alla performance della lentezza. Dell’ironia. E ho letto queste parole, ora, sul guardare “a lungo e con fatica” – e per che cosa: per vedere “che altro” possono essere quei soggetti studiati a lungo. Mi torna in mente la vecchia storia del saggio zen che lavora un bastone in legno per 70 anni. La perfezione dell’opera. E in fondo penso che nel mondo 2.0 è invece il prototipo che torna di moda. Certo, il prototipo non è il masterpiece, il capolavoro. Ma nel 2.0 sì, forse. Lo sketch. Perché tutto parla di tutto (linka tutto, dappertutto arrivo dappertutto), ma per vedere un oggetto che parla dell’altro da sé devo guardarlo a lungo e con fatica. E può essere un oggetto quotidiano. Può essere una bozza che traggo dal mondo, che al mondo assomiglia, ma per farla funzionare devo lasciarla sufficientemente indeterminata, perché possa essere anche di qualcun altro, e non solo mia. Devo guidare con ironia chi poi userà con passione.

“Devo capire il suo significato di un oggetto”, avremmo detto una volta, magari quando si studiava filosofia. Ora invece piuttosto direi: devo vedere in modo nuovo. Pensate al fotografo che studia le condizioni di luce. Aspetta l’attimo, e poi forse sorride pensando che quell’attimo di ispirazione e insieme di luce e di ombra, non è poi così diverso da quello prima. Respira, e sente l’ironia di quell’istante, quell’ “e ora che sono arrivato fin qui, però…”.

E scatta. E in quel momento, conscio ed inconsapevole insieme, scatta qualcosa di ancora non pensato, non perfetto, certo, ma un prototipo. Il fotografo, certo. Oppure chiunque altro. Avete mai creato qualcosa? Certo. Oggi dobbiamo produrre performance. Lavoriamo in ambienti competitivi. Poco importa se si compete sul nulla. Bisogna produrre prestazioni. Cashflow, idee, velocemente. Eppure l’idea arriva quando non ci pensi. E’ sempre così. Competere crea le condizioni, si dice. Ma forse fregarsene delle pressioni crea condizioni migliori. Filosofia orientale, discretamente inutile. No doubt.

Ma forse il 2.0 ci aiuta. A capire che l’opera perfetta non esiste. Che nessun software, neppure il più geniale, dura uguale a se stesso per più di un flusso di secondi. Anche se può produrre profitti per anni, certo. Ma se guardiamo alla semantica dell’oggetto, non esistono discontinuità, tra il prima, e poi la creazione, e poi il dopo, la fruizione.

Abbiamo imparato che gli oggetti e le azioni sociali sono continuamente rinegoziate, a livello semantico, che i contesti non possono essere mai previsti. Ma a volte si prova. E quella cosa funziona: un servizio, un articolo, un progetto. Funziona perchè va al di là di se stesso, e trova un consenso di qualcun altro che vuole provare, che ci mette del suo; perchè è un prototipo, trova un posto in una costellazione di significati. Pochi o tanti. Risveglia associazioni, ti fa venir voglia di provare come funziona. Di fare qualcosa che non avevi previsto. Questa è la ricetta. La croce. O il sorriso. Noi cataloghiamo la ricerca fatta. I metadati sono foto di istantanee. Accompagnamo chi fa ricerca, a volte sì, abbiamo visto quel sorriso, in quella ricerca sugli antigeni o chissà quali altre cose incomprensibili. L’abbiamo visto aiutando un utente a trovare un libro, discutendo su com’è fatta una bibliografia. Ma forse si dovrebbe pensare più a fondo il nostro mestiere. Oltre il catalogare cataloghi. Oltre il seguire procedure. Oltre i protocolli. Verso qualcosa di più leggero. Da regalare. E poi vedere come cresce. Qualcosa di leggero, e aperto. Un formato, un’idea poco ortodossi. Open, ma senza darsi troppo l’aria di esserlo. Quello che non si riesce a fare, o che ci riesce solo il momento dopo che abbiamo rinunciato. Forse avete voi dei nomi da dargli. Io no, non ora. Al massimo un sorriso.

Improve your performance!

11 Gennaio, 2008 di Paolo Gardois

Ricordate quella vecchia canzone degli Stones – Mother’s little helper?

Bene, è tornata di moda. Leggete questo articolo di Sahakian e Morein-Zamir, Professor’s Little Helper. Ma prima di iniziare riflettete un attimo. Siete in cucina, sono le 11 e 30 di sera e siete sfatti di stanchezza. Però: non e’ il momento, per qualche motivo. Quel report da finire. Quella mail da mandare per chiarire all’umanita’ la vostra posizione, sublime. Pensate ad un caffè. Buona, questa. No. Non più. Perché il vostro nemico, il vostro collega, il vostro subordinato, collaboratore, capo, nello stesso momento, in una cucina un po’ più o meno lussuosa, sta affrontando lo stesso problema, nello stesso momento. E quale? Tritare, filtrare, rielaborare, riusare informazione. Produrne altra, adattata ad un target. Leggere il meno possibile capendo il più possibile e producendo il meno possibile, ma che siano parole che restano in mente, tra i miliardi che si leggono tutti i giorni. Vi ricorda qualcosa questo? Certo. L’information literacy. Le skills, le competenze informative, l’architettura dell’informazione, l’accesso aperto, la rielaborazione creativa del sapere. Già. Ma il professore, per una volta, o per molte, non pensa ad un little helper umano. Magari un bibliotecario volenteroso. O semmai il bibliotecario, o le competenze informative, sono già state utilizzate, magari da qualcun altro più in basso nella catena alimentare, beh, sì, volevo dire catena del valore. Adesso i prodotti sono lì, ma bisogna produrre. Per un esame. Per un concorso. Per l’articolo più significativo della storia dell’umanità. Bene – ora potete leggere.

 

Esiste una categoria di farmaci definita “cognitive enhancers”: hanno effetti da moderati a medi nel migliorare l’attenzione, la concentrazione, la scelta delle parole, la capacità decisionale; nel ridurre il bisogno di sonno. In generale, aumentano la performance cognitiva. Cioè, appunto, la capacità di identificare rapidamente l’informazione rilevante, di ricordare quanto si è già letto ed assimilato, di produrre informazione in modo chiaro e preciso, scegliendo la strategia comunicativa giusta.

Ovvio: non trasformano un asino in un genio; non possono fornire un retroterra di competenza specialistica a chi ne è privo; non donano senso estetico o finezza a chi li ignora. Però conferiscono un indubbio vantaggio a chi li usa rispetto a chi non li usa. E soprattutto, a livello sociale, il loro uso è in rapido aumento tra certe categorie, tra cui studenti e professori nelle università, ad esempio. E soprattutto, spiegano le due autrici, il loro uso si inserisce in un quadro sociale in cui già si assumono farmaci per migliorare l’aspetto fisico e incrementare le prestazioni sessuali; o – aggiungo – si utilizzano sostanze con valenze “sociali”, per migliorare le prestazioni, come dire, conviviali; o infine per migliorare le prestazioni sportive. In tutti questi casi si assumono sostanze (spesso con effetti di tipo “placebo”, indubbiamente) non per “trattare” (treat) ma per “migliorare” (enhance). E questo uso sociale assomiglia molto a quello di certi strumenti di rete, nati per assolvere ad un compito preciso, ma poi riadattati per finalità completamente diverse, in fondo.

 

Fin qui l’articolo, che tra l’altro ha sollevato un interessante dibattito nel forum collegato.

Perché ne parliamo qui, però? Prima di tutto, perché sono il primo, lo so, ad aver trovato un ulteriore temibile concorrente per la nostra professione. Vedo già il prossimo trial, pubblicato sul Journal of Amphetaminic Librarianship: Use of assistant librarians vs. methylphenidate in improving academic outputs of university researchers.

Poi perché il parallelo – e anche l’interazione – tra tecnologie abilitanti, competenze cognitive e cognitive enhancers è affascinante, pericoloso, efficace, insomma ha tutte le caratteristiche per suscitare un dibattito.

E infatti: pensate a quanto c’è di naturale, anche lasciando perdere il Ritalin, in una rete di lavoratori cognitivi always-online, che rielaborano costantemente informazione prodotta tramite reti digitali, vivendo in dimensioni diverse da quella fisica, ingoiando caffè e softdrinks (ah i bei tempi in cui, quando un programma ci metteva un sacco a elaborare informazione, dicevamo che per passare il tempo servivano “canne e caffé”…). Che cos’è, per tornare ai temi di questo blog, che cos’è lo spazio, e il tempo, e le relazioni, per queste persone? E torniamo all’idea gibsoniana che il ciberspazio è un’allucinazione consensuale…

Infine, perché ho / abbiamo parlato a lungo su questo blog di spazi e costrutti culturali, di costruzionismo, e di come l’aspetto sociale della fruizione dell’informazione condizioni il mestiere del bibliotecario e le competenze informative e la stessa organizzazione e produzione della conoscenza.

Però adesso leggo questa cosa, e rifletto in tutt’altro modo. Che cosa c’è dietro/dentro al crescere di un profilo, di un contesto sociale sempre più controllato in base a dinamiche stimolo-risposta, per quanto sfumate e fuzzy le si voglia considerare? Anche lasciando perdere gli effetti collaterali di questi farmaci, che cosa significa ormai “performance cognitiva”, quella stessa performance che i professionisti dell’informazione si sforzano in ogni modo di migliorare nei loro utenti? Che cosa significa l’adagio che spesso abbiamo usato in anni passati con i colleghi biomedici “la buona informazione è la miglior medicina” – ironico, anche un po’ crudele? Forse dovremmo fermarci, invece, e soprattutto in certi campi ridurre le prestazioni? Guardare un attimo, in un silenzio immobile, quello che sta succedendo? Ascoltare, sobriamente, il rumore della realtà e provare a capire, senza rete, unplugged, qualche volta almeno, senza prestazioni? Ovvio che non parlo di individui, per un individuo è facile. Parlo di gruppi interi, di network. Ma forse non è possibile.

Certo, però quest’ultima frase non mi è riuscita bene. Devo lasciarvi un attimo. Vado a ingoiare un Modafinil, sì, quello che ho comprato online, che ho nascosto nella scatolina dell’ibuprofene. Perché, c’è qualcosa di male?